1.9 Il visibile-invisibile come fondamento del potere

10.01.2023

Nella ricerca della "cabina di regia" del potere, l'uomo diviene inconsapevole vittima della modalità di produzione degli enunciati. Comprenderne l'ambiguità è allora indispensabile per evitare i rischi fatali della biopolitica

(se non letto prima, si rimanda al post "1.9 Dal panoptismo al synoptismo")

L'evoluzione del panopticon in synopticon evidenzia ancor meglio la posizione del soggetto nel processo di produzione dell'enunciato. Quest'ultimo, infatti, "è" al di là del soggetto, ma "esiste" per suo tramite, perché solamente il soggetto può riconoscerlo e riattualizzarlo. Ma non riprodurlo. Ambiguità la cui incomprensione può comportare conseguenze nefaste sul piano della biopolitica.

Da una parte vediamo emergere un soggetto interrogante (secondo una certa griglia di domande esplicite o non), dall'altra un soggetto ascoltante (secondo un certo programma d'informazione), da un'altra ancora un soggetto osservante (secondo una tavola di tratti caratteristici) e uno notante (secondo un tipo descrittivo): ogni posizione rilevata è la risultante di incroci vettoriali che, in funzione dei differenti livelli percettivi di provenienza, utilizzano medium destinati a modificare la scala dell'informazione.

Nello spazio del controllo non è cioè possibile individuare una posizione privilegiata del soggetto, scaturendo quest'ultimo da un fascio di relazioni che commistiano tecniche e codici di percezione del corpo umano. A differenza del panoptismo (prodotto dalle solide gerarchie del potere), il synoptismo manifesta la dispersione del soggetto nei suoi diversi statuti, nelle differenti posizioni che può occupare in funzione del discorso, nella discontinuità dei piani da cui parla, rendendo impossibile qualsiasi sintesi o unificazione identitaria. Quando i piani sono collegati da un sistema di rapporti, il soggetto non può essere determinato dall'attività sintetica di una coscienza identica a sé, muta ed anteriore a ogni parola, bensì dalla specificità della pratica discorsiva.

Abolita l'auctoritas del soggetto, Foucault può così riconoscere l'assenza di punti cardinali a partire dai quali orientare lo sguardo sul reale. Come l'enunciato risulta essere una costruzione di linee o curve vettoriali, così la realtà si dà a vedere soltanto nell'intreccio di prospettive instabili: il soggetto che vede è sempre e, a sua volta, posto nella visibilità.

Lo studio compiuto sul panopticon serve a Foucault per chiarire anche la distinzione fra enunciati e visibilità: a una luce "prima" (l'enunciato) che lascia emergere le parole e le cose dal fascio relazionale, si accompagna - senza soluzione di continuità - una luce "seconda" (la visibilità) in quanto bagliore e scintillamento della loro traccia.


Parrebbe dunque che sia l'enunciato ad avere un ruolo primario nella costituzione del soggetto, il quale è in grado di riconoscere visibilità solo nel momento in cui si trova (già) in posizione,  situato e orientato da fasci vettoriali che materializzano le tracce dell'enunciato stesso. Se l'enunciato gode davvero di questa priorità, ne consegue che ogni forma di visibilità è pre-definita e, in un certo senso, inevitabile: chi sviluppa la capacità di riconoscere i modi di configurazione degli enunciati, validi nel proprio tempo e nel proprio spazio, potrebbe verosimilmente disporre del controllo della percezione collettiva, gestendo le possibilià di visione che orientano l'immagine del reale. Idealmente sarebbe come trovarsi nella torre centrale del panopticon: godendo di una visione complessiva del tutto, il soggetto-notante dispone del potere di scegliere cosa far vedere o non agli altri, al punto da arrivare ad alterare il limite fra realtà e finzione.

Prendendo le mosse da Foucault, Paul Virilio ha provato a delineare meglio questa dimensione, definendola come "spazio stereoreale" (lo spazio in cui è possibile distinguere chiaramente il reale dal virtuale). Stereoreale per eccellenza è la regia: una regia che opera sull'immagine, sul suono, in generale su ogni tipo di sensazione o traccia materiale. Basti l'esempio delle postazioni di controllo finalizzate alla guerra elettronica: è dalla loro accorta regia che dipende il successo o il fallimento di un'operazione militare, al di là delle risorse materiali in campo. Ciò significa che in quel preciso ritaglio di mondo, il mondo può essere tele-presente a chi siede in consolle. Al contempo, per Virilio, qualsiasi luogo potrebbe rivestire la stessa funzione di snodo vettoriale, perché non è tanto la disponibilità di tecnologia a rendere possibile la messa in scena, quanto la capacità di riconoscere il processo di produzione dell'enunciato.

Il potere della regia - cioè la visione della formazione degli enunciati unita alla capacità di ingegnerizzazione - appare incommensurabile; una gestione rivolta non più ai soli flussi di risorse naturali o monetarie, ma d'informazione, è persino in grado di innescare processi di sovvertimento acefalo di dati e fatti, invalidando l'uso parziale e tendenzioso che oggi se ne continua a fare (a partire dall'ambito militare a quello finanziario o geoingegneristico). Il rischio di manipolazione degli enunciati, tuttavia, non è connesso alla sola possibilità di riscrivere unilateralmente la visione della realtà, ma di trasformare in vittime inconsapevoli i registi stessi, perché anche loro parte del fascio di relazioni sinottiche che rendono impossibile astrarsi dal processo di configurazione. La cabina di regia, infatti, non può che essere l'emersione di un nodo evenemenziale (con buona pace di sedicenti realtà "sinottiche" come la National Security Agency, l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale degli Usa, la quale ambisce a tenere sotto controllo il mondo intero, integrando l'uso di satelliti spia a dispositivi diffusi di videosorveglianza. Una specie di occhio di Dio al di sopra e al di sotto della stratosfera).

A differenza di quanto si augura Paul Virilio, Foucault non ripone alcuna speranza nell'eventuale bontà o educazione dei soggetti che "accedono" alla regia del processo di formazione degli enunciati. La negazione della referenzialità del soggetto ha portato il filosofo di Poitiers a individuare, in controtendenza al pensiero occidentale, una dimensione oltre ogni possibilità di strumentalizzazione:  il prodursi dello spazio-tempo attraverso, e giammai a partire da, l'enunciato.

Affinché un enunciato sia ripetibile, e perciò controllabile, occorre tener presente quale sia la sua "legge di rarità" (basata sul principio per cui non è mai possibile dire tutto attorno a qualcosa), le compensazioni all'inevitabile moltiplicazione del senso (dettata dall'apparente povertà e lacunosità dell'enunciato), ma anche e soprattutto l'impossibilità di stabilire - una volta per tutte - "l'apertura dell'inscrizione e lo scarto del tempo differito", cioè il luogo (spazio) e il momento (tempo) di apparizione.

Se è pur vero che Foucault ha parlato di "persistenza" degli enunciati, con questo termine non ha inteso dire che questi "rimangano nel campo della memoria, o che si possa mai ritrovare che cosa vogliano dire;  significa che si conservano grazie a un certo numero di supporti e di tecniche materiali (tra le quali il libro rappresenta soltanto un esempio), secondo certi tipi di istituzioni (tra le tante, la biblioteca) e con certe modalità statuarie (che non sono le stesse se si tratta di un testo religioso, di un regolamento giuridico o di una verità scientifica). Significa che sono investiti in tecniche che li mettono in applicazione, in pratiche che ne derivano, in rapporti sociali che si sono costituiti o modificati attraverso di loro. Significa infine che le cose non hanno più assolutamente lo stesso modo di esistere, lo stesso sistema di relazioni con ciò che le circonda, gli stessi schemi d'uso, le stesse possibilità di trasformazione dopo essere state dette" (M. Foucault, AS, op.cit., p. 166).

La ripetizione, al pari di una traduzione, non può mai essere la stessa, perché già in sé trasformazione.

Meno accademica, e assai più mirata, risulta allora la problematica sollevata insistentemente da Foucault in merito all'irresolubilità fra enunciati e visibilità. La reciproca opposizione, con il riconoscimento di uno squilibrio gerarchico-prioritario a favore dell'enunciato (perché è esso che apre e determina la visibilità), implica l'impossibilità della sintesi nella gestione "politica" del controllo (nonostante autori come Jean Baudrillard abbiano tentato di ricondurre e giustificare le rivoluzioni avviate da Foucault non tanto sul piano dell'episteme, quanto su quello della storia, evocando insospettabili echi hegeliani). Questa nuova forma di ricerca, che segna una svolta negli studi del filosofo di Poitiers, emerge proprio nel passaggio dalle sue iniziali analisi di carattere letterario-teoretico a quelle successive di stampo politico-sociologico.

Nessuna sorpresa, allora, se la perentorietà di certe affermazioni abbiano spinto lo stesso Deleuze a parlare di una "sorta di neokantismo" della filosofia foucaultiana (G. Deleuze, Foucault, op.cit., p. 66).

"Esiste quindi un «c'è» della luce, un essere della luce o un essere-luce, proprio come esiste un essere-linguaggio. Ognuno di essi è un assoluto, e tuttavia è storico poiché è inseparabile dal modo in cui cade su una formazione, su un corpus...Perciò le visibilità non sono né gli atti di un soggetto che vede, né i dati di un senso visivo, non più di quanto il visibile si riduca a una cosa o a una qualità sensibile, e l'essere-luce a un ambito fisico"

(G. Deleuze, Foucault, op. cit., p.65).


Il visibile non è aperto alla parola così come è aperto alla vista: attraverso l'enunciato, la parola manifesta una condizione di apertura completamente diversa nell'essere-linguaggio e nei suoi modi storici. (segue 2.0)