Se non ti muovi con la Terra, la Terra muoverà te: come diventare odosophi
Per riportare equilibrio e autenticità nella vita dell'uomo sradicato, il sapere dei nativi australiani permette ancor oggi di riscoprire le straordinarie facoltà della paleo-mente, ricongiungendo terra e cielo. Visibile e invisibile. Un dovere inaggirabile, a costo di estinguerci come specie.

In Italia e in Europa il nome di Yornadaiyn Woolagoodja dovrebbe suonare familiare a qualsiasi orecchio. Non semplicemente perché fu l'artista australiano che, nel corso della cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici di Sydney 2000, fece conoscere al mondo la straordinaria rappresentazione del creatore wandjina Namarali, ma anche e soprattutto per l'indispensabile sapere attraverso cui l'uomo è chiamato a partecipare al processo di rinnovamento della Terra e di apertura al Cielo. Salvo non lasciare più alcun granello di sé e della sua accidentata evoluzione nell'immensità dell'universo.
LA MEMORIA CHE CADE A PEZZI
Ho avuto l'onore di conoscere Donny - questo il nomignolo più agevole per gli aalmara, le genti non indigene - nel 2019, visitando la remota regione del Kimberley nel Nord-Ovest dell'Australia. Un incontro epidermicamente magnetico, illuminante, per quanto solo a distanza di anni mi sia reso conto davvero di quale straordinaria apertura le sue parole e le sue immagini abbiano dischiuso su quanto non riusciamo più a riconoscere. Una sensazione, in realtà, comune ai suoi stessi concittadini. Quando il National Indigenous Times ha dato notizia del suo decesso, il 20 settembre del 2022, i popoli nativi dell'Australia sono apparsi subito consapevoli di aver perso ulteriori e insostituibili parti di memoria dell'umanità che, nell'isolato continente oceanico, è stata tramandata ininterrottamente dall'ultima era glaciale, almeno, sino all'arrivo dei dominatori britannici. Pezzo dopo pezzo, sopruso dopo sopruso, il processo di annientamento della coscienza prosegue nel colpevole silenzio della comunicazione di massa, ma soprattutto nell'ignoranza abissale che continua ad avvolgere la più antica e straordinaria civiltà della nostro pianeta.
SHORT GALLERY OF A KIMBERLEY VISION
LEEYAAN DANNEGGIATO
Nonostante la fondazione a Derby del Mowanjum Aborigenal Art and Cultural Centre, la generosa creazione di opere artistiche, nonché la pubblicazione di tre libri fondamentali quali "Keeping the Wandjina Fresh: Sam Woolagoodja and the enduring power of Lalai" (2005), "We are coming to see you" (2019) e l'autobiografia "Yornadaiyn Woolagoodja" (2020), Donny nutriva una preoccupazione di cui oggi avvertiamo il rischio letale senza più alcun filtro.
Leeyaan viene dal tuo maandoom. - soleva ripetere - È nella tua pancia. È quella sensazione nel tuo stomaco che ti dice che cos'è la cosa giusta da fare - quasi una reazione dell'intestino. Ti trasmette sensazioni di buono o cattivo che potrebbero manifestarsi sul come fare la cosa giusta con le persone o nel territorio in cui ti trovi. Wandjina, animali, uccelli, pesci e persone possiedono tutti leeyaan. Gli esseri umani possono però danneggiarlo. Se sentono che il tuo leeyaan non è buono, i Wandjina non mostreranno se stessi. Gli animali o i pesci, se li offendi, se ferisci il loro leeyaan, saranno invece di cattivo umore e tu non potrai catturarli. Ma se fra le persone, i Wandjina e gli animali il leeyaan è buono, allora la terra darà cibo per vivere. Tutto questo è parte del Lalai: la nostra cultura e il nostro territorio.
TRE TESTIMONI DOWNUNDER
Che cosa intendere per Lalai e Wandjina non è tuttavia semplice. Per i nativi australiani la comprensione viene indubbiamente dal Lalai, non dai libri. I non-indigeni usano in sostituzione l'espressione Dreaming, cercando di condensare quanto Tyson Yunkaporta ha faticosamente - e un po' ironicamente - adattato in "ontologia soprarazionale interdimensionale endogena alla custodia rituale delle complessità". Poiché il linguaggio non indigeno finisce per tradire non semplicemente il significato originario, ma il modo stesso di comprendere la vita, il brillante figlio dell'Apalech clan è riuscito a condividere almeno una serie di suggerimenti pratici che ovviano all'inevitabile rigidità cognitiva della mente alfabetica. Il suo testo "Sand Talk. How the indigenous thinking can save the world" (HarperOne 2020) permette infatti di compiere un più agile passo d'avvicinamento al sapere condiviso da Donny, ma in realtà manifestato ancor prima nella straordinaria testimonianza di David Mowaljarlai, documentata e raccolta dalla fotografa Jutta Malnic in "Yorro Yorro" (1993/2015). Questo improbabile trio nativo, Mowaljarlai, Woolagoodia e Yunkaporta, è dunque riuscito a offrire all'uomo contemporaneo un viatico di salvezza talmente prezioso, che il suo effettivo valore potrà essere forse soppesato fra molti anni. Prima, ci si augura, che digitalizzazione e ibridazione dell'Intelligenza Artificiale ottundano completamente le straordinarie facoltà dell'uomo. Prima di addentrarsi nelle songlines testimoniate da Woolagoodia e Mowaljarlai - veri e propri giringiri per ricongiungere Terra e Cielo, restituendoci a una vita finalmente autentica - risulta perciò indispensabile riplasmare l'evidente discrasia fra pensiero e linguaggio dell'uomo alfabetico.
RISCOPRIRE LA PALEO-MENTE
"Tutti gli esseri umani si sono evoluti all'interno di culture complesse basate sul rapporto con la terra su scala geologica - spiega Yunkaporta - sviluppando un cervello dotato di una capacità di oltre centomila trilioni di connessioni neurali, di cui ne usiamo appena una piccola frazione. La maggior parte di noi è stata plasmata da queste culture originarie, una diaspora globale di rifugiati recisi non solamente dalla terra, ma dal puro genio che viene dall'appartenenza a una relazione simbiotica con essa. Nell'Australia aborigena, i nostri anziani raccontano storie, antiche narrazioni volte a mostrare che se tu non ti muovi con la terra, la terra muoverà te" (HarperOne 2020, p.2).
Yunkaporta invita dunque a riscoprire quella "paleo-mente" antecedente ogni dualismo, ogni contrapposizione fra buono e malvagio, che produce nient'altro che conflitto, perché smarrisce la dimensione metaforica della complessità. Un perdita riconducibile almeno ai tempi degli antichi Sumeri, quando la scrittura cominciò a puntellare una semplicità del tutto artificiale. A trasformare il complesso in complicato. Prima dell'avvento della scrittura, era invece possibile conformarsi alla sola Legge della Terra, basata sui modi di essere, anziché sull'oggettivizzazione. Occorre allora tornare a parlare "dalla" conoscenza, anziché "per" la conoscenza, smarrendosi inevitabilmente in dettagli e dettagli di dettagli; anche perché le conoscenze autentiche non risultano poi così difficili da verificare, qualora se ne riconosca lo schema. Ogni parte non può cioè che riflettere il disegno dell'intero sistema. Se uno schema è dato, la conoscenza è vera. Punto.
DUE MANI, DUE LENTI
Esaminare i sistemi d'ordine globali dalla prospettiva della conoscenza indigena non significa però imporre una visione sull'altra. Yunkaporta prova a utilizzare i disegni di un'eventuale mano sinistra e mano destra, rispettivamente apposte davanti agli occhi, per mostrare come agiscano da lenti diverse: la mano sinistra, dalle dita ravvicinate e orientate orizzontalmente, manifesta un centro da cui si diramano linee di differente lunghezza, fra loro comparabili. Al contrario, la mano destra, in posizione verticale e con le dita allargate, manifesta un irraggiamento divergente delle dita-linee, ognuna di esse proiettata verso una dimensione non rapportabile.

Poiché ogni comprensione deriva dalla pratica culturale generativa del libero e casuale conversare (yarning), il primo suggerimento per difendersi da eventuali incomprensioni e attacchi è produrre di propria mano uno scudo di corteccia, ricavandolo se possibile dallo scorticamento di una pianta di eucalipto quando il siero comincia a scorrere e i wombat a muoversi: un atto, cioé, da compiere "al momento giusto", dettato dai ritmi della natura. Tagliare, incidere, produrre, scrivere: tutte funzioni che finiscono per riunirsi in un gesto unico, attraverso il quale nasce un metodo. L'umpan: incorporare un'immagine e una storia legata a un luogo specifico e alle relazioni che lo abitano.

ISPIRARSI AL SAND TALK
Seguendo questa pratica, la tradizionale scansione in capitoli esplicativi si trasforma in una tavola visuale di contenuti, capace di imprimersi nella mente molto più facilmente che un indice numerico di titoli. È un procedimento che trae in realtà origine dall'antichissima usanza di disegnare immagini nella sabbia (sand talk) al fine di raggiungere una conoscenza condivisa, in quanto raggiustata di volta in volta a seconda delle differenze di età, sesso, provenienza o, in generale, di tutte le specificazioni che ci contraddistinguono rispetto all'altro. Beninteso, si tratta di una semplice conoscenza "di primo livello", perché più questa diviene complessa, meno può essere condivisa, richiedendo livelli progressivi di iniziazione. La conoscenza diviene così un sistema di co-creazione vivente.
IL PROBLEMA DELLA NON-LINEARITÀ
Questa è indubbiamente una sfida - evidenzia ancora Yunkaporta - perché ogni lingua alfabetica, ad esempio l'inglese, pone la visione del mondo di uomini stanziali al centro di ogni concetto, oscurando la vera comprensione. Spiegare la nozione aborigena di tempo diviene infatti un esercizio futile, dal momento che in inglese è possibile descriverla solamente come 'non lineare', imprimendo subito l'immagine di una grande linea fra le sinapsi del cervello. Tu non registri il 'non', bensì 'lineare' soltanto: questo è il modo attraverso cui processi la parola, la forma che resta nella tua mente. La cosa peggiore, però, è descrivere il concetto dicendo cosa non è, anziché che cos'è. Noi aborigeni non abbiamo una parola per 'non lineare' nelle nostre lingue, perché nessuno considererebbe in primo luogo il viaggiare, il pensare, o il parlare secondo una linea dritta. Il cammino sinuoso è semplicemente così com'è il cammino, non ha bisogno di nome" (ibidem, p.18).
PENSARE ALLO STATO BRADO
Non a caso i nativi australiani ricordano una storia dai sorprendenti echi nietzschiani: quando migliaia di anni fa un uomo tentò di muoversi in linea retta, venne chiamato wamba (pazzo) e punito venendo scagliato direttamente in cielo. È una storia semplice, per certi versi paradossale, ma che invita a "pensare allo stato brado", mettendo in guardia dall'avanzare in modo pazzo, perché a suo modo già deciso. Orientato. Come possibile rimedio a una tentazione per noi alfabetizzati quasi naturale, perché impensata, Yunkaporta fa appello all'uso del duale: categoria grammaticale non casualmente estintasi nelle principali lingue occidentali e, un tempo, impiegata per indicare specificatamente due elementi, o una coppia naturale. Ad esempio, gli occhi, le mani o gli amanti, tenendo distinto un singolare e un plurale. Nel duale non ci sono più un 'io' e un 'tu', ma un noi-due: ngal nella lingua degli Apalec.
Il primo, decisivo passo per stimolare, rispettando, il pensiero connettivo.


