Odosophia: due passi avanti e uno indietro

Appelli per l'ambiente. Scioperi per il clima. Lancio di eco-progetti e creazione di nuove filiere. Eppure siamo ancora su una strada a senso unico. Senza un'opportuna educazione al farsi e disfarsi dei nostri percorsi - senza un'odosophia - corriamo il serio rischio di ribaltare solo il paradosso di Mefistofele: "volere sempre il bene e operare sempre il male". 

I tentativi di trovare una via per superare gli ostacoli frapposti alla libera circolazione di idee, merci e popoli, hanno infatti portato l'Occidente - e di conseguenza il nostro pianeta - in un vicolo cieco. Sono bastati appena 30 anni per perdere completamente la bussola. Il modello di sviluppo economico uscito (apparentemente) vincitore dall'ultimo grande scontro ideologico del Novecento, contraddistinto sino al 1989 dalla scelta fra comunismo e capitalismo, ha oltrepassato i limiti della propria sostenibilità. Da tempo lo ripetono economisti, associazioni, semplici cittadini.

Con la richiesta ai governi nazionali di sottoscrivere l'Agenda 2030 dell'Onu, che prevede 17 obiettivi comuni da centrare a livello globale entro i prossimi 11 anni, la sopravvivenza della specie umana è diventata un'urgenza dipendente non solo dalle scelte delle grandi istituzioni di rappresentanza, ma anche e soprattutto dall'impegno diretto di ciascuno di noi. Non a caso ASviS, l'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, ha lanciato nel 2019 la nuova campagna d'azione "#mettiamomanoalfuturo", attraverso cui viene chiesto a ogni persona che cosa stia facendo per raggiungere i 17 SDGs (Sustainable Development Goals) dell'Agenda 2030.


"La stragrande maggioranza dei cittadini chiede politiche per lo sviluppo sostenibile - ha ribadito lo scorso 2 maggio Enrico Giovannini, portavoce di ASviS, in occasione del lancio della terza edizione del suo Festival (dal 21 maggio al 6 giugno 2019) - perché consapevole che sono l'unica strada percorribile per garantire crescita e benessere. Questo chiederanno a chi li rappresenterà nelle istituzioni nazionali ed europee. Il Festival è un'occasione straordinaria per ribadire ai politici, ai manager, agli amministratori che l'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è la cornice nella quale progettare il futuro del nostro Paese e dell'Europa".


Affermazioni che lasciano però emergere non pochi aspetti problematici e contraddittori. Se i cittadini sono responsabili tanto quanto le istituzioni o le multinazionali delle sorti del nostro pianeta, dovrebbe essere altrettanto evidente che è in corso un disallineamento del potere decisionale, con inevitabili ricadute sull'efficacia degli strumenti di gestione politica adottati sino ad oggi. Globalizzazione e digitalizzazione, mettendo in rete l'intero pianeta, contribuiscono infatti a spostare gli equilibri di forze sul piano orizzontale, anziché verticale. Siamo perciò in grado di fare tutti un passo oltre, come ci viene ormai chiesto da più parti, ma in una direzione ben diversa da quella che la retorica della sostenibilità domanda. A spiegarci perché, a sorpresa forse, è un azzimato e barbuto tedesco di nome Karl Marx. Sì, proprio lui: il vituperato filosofo rimesso in sella anche dagli economisti del libero mercato, avendo dimostrato per primo l'interdipendenza fra i piani strutturali e sovrastrutturali della società, nella quale è sempre l'economia (struttura) che condiziona la politica (sovrastruttura) e non viceversa.


"Il modo di produzione della vita materiale - scriveva nella prefazione al suo saggio "Per la critica dell'economia politica" (1859) - condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene". 


Detto brutalmente, siamo ciò che mangiamo. Prodotti dello stesso mondo che consumiamo. Esseri epigeneticamente permeabili. Senza uno smantellamento delle attuali fondamenta economiche, la politica può sì apportare adattamenti tattici che auspichino un miglior funzionamento del sistema, ma non è affatto in grado di imboccare quella via di sviluppo nuova e originale, più e più volte invocata. È un po' come ostinarsi a rimuovere ostacoli lungo il percorso, senza metter mai in discussione la correttezza del senso di marcia. Salvo accorgersi, poi, che quella strada porta dritti dritti verso un burrone. Esattamente quello che sta accadendo a noi tutti, nonostante i continui appelli per salvare il pianeta (altro eufemismo, che sta in realtà per "salvare l'uomo"). Un conto, infatti, è considerare la sostenibilità (dal latino sustinere, cioè tenere sotto, essere sopportato) come principio di stabilità di un ecosistema; un conto è parlare di sviluppo sostenibile (economico) capace di garantire "crescita"; un altro ancora, di sviluppo sostenibile (sociale) che porti "benessere", ponendo tutto sullo stesso piano.

Se il concetto di sviluppo è di per sé complesso e facilmente equivocabile con quello di evoluzione, la "crescita" di cui parlano certi alfieri della sostenibilità rappresenta invece un vero e proprio ossimoro: un espediente retorico per tenere uniti concetti fra loro contrari. Un sistema in costante equilibrio, come è appunto l'ecosistema Terra, conosce solo una modalità di crescita: quella associata alla nascita, allo sviluppo e alla morte. Il processo finito, ma rinnovabile, del ciclo naturale. 


"Per parlare in modo più rigoroso - ha evidenziato Serge Latouche, economista e filosofo francese autore dell'intervento "La via della decrescita come risposta all'inganno dello sviluppo sostenibile" (Dublino, 24-25 febbraio 2017) - si dovrebbe indubbiamente usare il termine a-crescita, con l'«a» privativo greco, come si parla di ateismo. In quanto si tratta, esattamente, di abbandonare una fede e una religione. È necessario diventare atei della crescita e dell'economia, agnostici del progresso e dello sviluppo. La rottura della decrescita incide quindi insieme sulle parole e sulle cose, implica una decolonizzazione dell'immaginario e la realizzazione di un altro mondo possibile".

Prendere a modello il ciclo naturale innestandovi il concetto di crescita economica - proprio invece di un modello di sviluppo lineare (produrre "ad infinitum", mantenere il PIL sempre in positivo, nonostante i cicli finiti e rinnovabili dei processi naturali) - è un non senso. Oppure, un sottile inganno. 


Consideriamo il caso macroscopico delle foreste primarie: habitat dove la mano dell'uomo non è mai intervenuta e nel quale si conservano specie vegetali e animali evolutesi in milioni di anni, così come popolazioni indigene antichissime. Evitando allusioni alla polemica che ha travolto il WWF, prendiamo semplicemente atto che, per bilanciare lo sfruttamento di un ecosistema vergine, un'associazione ambientale accetti di accordarsi con l'eventuale multinazionale responsabile del "progetto di sviluppo", pretendendo però la creazione di un parco naturale compensativo a pochi chilometri di distanza, o magari in un'altra parte del mondo. Per ogni pianta vergine abbattuta, sarà ripiantato un albero altrove. Uno sta a uno: rapporto di perfetto equilibrio, da un punto di vista quantitativo. Le emissioni di anidride carbonica prodotte dall'abbattimento della foresta primaria, di conseguenza, dovranno essere compensate dalle nuove piantumazioni. Se malauguratamente i lavoratori della multinazionale dovessero imbattersi in popoli autoctoni, questi sarebbero ricompensati -con filantropica premura - attraverso i profitti dell'operazione, con la fornitura di servizi speciali o il trasferimento in un habitat "analogo".

Ecco, dunque, un'operazione a suo modo "sostenibile": garantisce "crescita" economica (viene sviluppata un'area periferica del mondo, se ne riforesta una troppo cementificata), senza alterare gli equilibri fondamentali. Ma è davvero così? Le proprietà botaniche di una millenaria dipterocarpacea del Borneo sono equivalenti a quelle di una giovane palma da olio, o delle meno demonizzate Laetia procera e Vismia japurensis? Un indigeno rilocato in una foresta secondaria potrà sviluppare gli stessi metodi di cura e alimentazione propri del suo habitat originario? Se adottiamo un punto di vista qualitativo, la risposta è negativa. Nonostante gli abbozzi di studi per la ricostruzione degli habitat primari, la Terra si rivela un ecosistema refrattario ad artificiosi processi osmotici. Non è sufficiente spostare pesi e misure, o ricombinare semi e nutrienti. Le scale dei tempi di rigenerazione e di sviluppo non coincidono.


Adottare un approccio "odosophico" può allora aiutarci a trovare una via di uscita da pseudo modelli circolari, sbilanciati e pendenti, dunque a senso unico: sostenibili in apparenza, promossi in realtà per favorire ancora crescita del profitto e accumulo del capitale. Gli alfieri di questa sostenibilità a buon mercato si riconoscono innanzitutto dall'uso di un linguaggio riduzionista, oggi tanto caro alla politica quanto alla finanza, in base al quale esiste sempre e solo un'unica strada percorribile. Una strada da imboccare, oltretutto, con "urgenza", "senza perdere altro tempo", quasi non disponessimo più neppure del diritto di fermarci e di pensare a che cosa stiamo facendo, o appunto dove stiamo andando. Qualcuno sa già. Qualcuno ha già scelto. Esiste una verità sola, che squalifica in partenza qualsiasi altra opzione.


"Paradossale è la condizione umana. - scriveva Søren Kierkegaard nel suo saggio "Aut Aut" (1843) - Esistere significa «poter scegliere»; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensí la miseria dell'uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all'alternativa di una «possibilità che sí» e di una «possibilità che no» senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell'altro". 


Il dramma del bivio, che nell'opera del filosofo danese risultava funzionale al recupero della responsabilità critica del soggetto, nella società del consumo viene radicalizzato sino a trasformarsi in pura impulsività. Pensare troppo complica le scelte. Tutto ciò che devia, è tempo perso; e si sa, il tempo è denaro. Il 5G è ancor più denaro. Per essere veloce ed efficace, la comunicazione odierna deve suonare sopra le righe. Dev'essere enfatica ed urlata, sinanche al catastrofismo, perché non è mai la ragione a guidarci nella competizione estrema o nel pericolo. A livello biologico, sostengono i neuroscienziati, la scelta inconscia precede e determina sempre quella conscia, benché sia poi suscettibile di riconsiderazione qualora non occorra agire immediatamente. 

Per Eric Kandel, "il funzionamento delle vie dirette e indirette potrebbe fornire una base fisiologica alla teoria di James-Lange, secondo cui un sentimento cosciente, mediato dalla corteccia, si verifica dopo una risposta del corpo, non prima. Il primo passo sarebbe costituito dalla valutazione rapida, automatica, inconscia del valore emotivo di uno stimolo da parte dell'amigdala, che lancia e orchestra le adeguate risposte fisiologiche. L'ipotalamo e il sistema nervoso autonomo eseguono quindi le risposte inviando istruzioni dettagliate al corpo. Le risposte avvengono all'interno non solo del cervello, ma anche del corpo" (L'età dell'incoscio).

Ma la nostra è l'unica strada possibile. Una strada da percorre con urgenza, senza perdere altro tempo. Le ricadute sul piano conoscitivo e comportamentale sono alla base di alcuni fenomeni tipici del nostro tempo. Basti pensare allo spettro delle "fake news", che sottendono l'esistenza di una verità già definita; al proliferare dei "populismi", facile etichetta che viene indistintamente applicata a qualunque risposta politica non confacente al modello di sviluppo basato sulla crescita; o ancora all'esplosione del coaching, tentativo più o meno consapevole di sottrarsi alla società uniformante, attraverso la moltiplicazione delle vie al benessere, alla felicità, alla consapevolezza. Vie però destinate ad entrare in competizione fra loro e a svalutarsi, perché interne alla stessa logica di mercato che le ha generate. Il disorientamento delle troppe e possibili "vie di riuscita" è perciò complementare al bisogno di trovare una "via di uscita" dall'unica strada percorribile, oltre che funzionale a quest'ultima. Che fare, dunque? Meglio restare fermi al bivio, o procedere comunque? E se sì, per quale strada? Verso quale direzione?


Sono domande che finiscono spesso per assillare chi è stato educato in una cultura alfabetizzata, abituatasi a percepire la realtà per pezzi, a partire dalla strumentale distinzione fra noi come soggetti e la Terra come oggetto. E in quanto oggetto, risorsa a nostro uso e consumo. Se dedicassimo più tempo a esplorare fisicamente il mondo, anziché vederlo riprodotto attraverso i nostri supporti, adotteremmo probabilmente una postura esistenziale più sana. "...i paesaggi che attraversiamo e contempliamo da lontano" - scrive François Julienne nel suo illuminante trattato "Vivere di paesaggio" - "non valgono quelli in cui evolviamo facilmente o in cui amiamo soggiornare. Tra "attraversare" e "passeggiare" c'è la stessa differenza che passa tra "guardare da lontano" e "abitare". Ovviamente è perché i primi restano ancora esterni, mentre i paesaggi nei quali si cerca piacere nel passeggiare o nell'abitare sono diventati milieu, un ambiente, qualcosa di pregnante: si è nel proprio elemento. Vale a dire, un passo più oltre: ciò che fa paesaggio non si riduce al percettivo, ma si promuove in luogo di scambi che lo rendono intensivo".

Il paesaggio non va inteso semplicemente come una porzione di territorio, ma è il modo stesso attraverso cui percepiamo, rappresentiamo e modifichiamo il mondo da cui noi stessi siamo già presi. Prima ancora di isolare e definire nella parola, di portare all'esistenza un fenomeno nominandolo, lo viviamo infatti nelle strategie di orientamento del nostro corpo-mondo: siamo movimento in quanto parte di un processo di forze incitanti e contrastanti che ci con-formano. Le cosiddette "strutture cognitive" dell'uomo - rifacendosi agli acuti studi dell'antropologo Matteo Meschiari - appaiono il prodotto geo-logico di un isomorfismo con l'ambiente che abitiamo. Mantenendoci allora in movimento, alimentiamo inconsapevolmente un sapere dei percorsi che può dispiegare vie di adattamento del tutto imprevedibili, ma traducibili anche in nuovi modelli di sviluppo. In nuove pratiche di verità e, dunque, in ritrovati spazi di azione, di progetto e di libertà. Basta mantenersi aperti. Lasciarsi educare dall'odosophia: invisibile sapere che prende forma in ciascuno di noi passo dopo passo, rimappando costantemente quella terra incognita, e dai labili confini, chiamata corpo-mondo.