Taglio dei parlamentari: la "Rinascita democratica" è servita

Col taglio dei parlamentari attraverso il referendum del 20/21 settembre 2020, il Programma di Rinascita Nazionale elaborato dalla loggia massonica P2 mette a segno l'ennesimo colpo. Un grande protagonista dell'economia italiana aveva intuito e denunciato già da tempo il rischio mortale imboccato dalla nostra democrazia, intravvedendo una sola possibile soluzione. La partita decisiva non potrà che giocarsi fuori dal Parlamento, ora.


La ghiera del telefono ruotò rapidamente sotto l'arpione di un indice. Fermo, tenace. Ma dalla pelle delicata, incapace di celare ormai i segni del tempo. Apparteneva a una mano illustre, che tante altre ne aveva strette per decenni e che per non meno anni aveva tenuto in pugno le redini d'Italia, col sogno di farne un grande Paese. Scivolava fuori da un'elegante vestaglia domestica, adagiata sul fisico minuto di un uomo dall'aspetto stanco, prossimo alla sua settantottesima primavera. Da tempo brividi e accessi di febbre sembravano non volerlo abbandonare e a risentirne, per la prima volta, era stata anche la freschezza del suo viso, su cui brillavano occhi di scura bragia, accesi dal guizzo mefistofelico di chi ha il dono delle grandi visioni. Una barba brizzolata, probabilmente di due o tre giorni, stava insinuandosi fra le rughe del collo.

"Centralinista - domandò con una punta d'impazienza - può chiamarmi Gianluigi Gabetti? Sì, esatto, proprio lui. Il presidente dell'Ifi".

Fuori dall'abitazione di via Morone 3, Milano ingrigiva in una delle sue proverbiali giornate di febbraio, umide e fredde, ma fortunatamente non ancora spente: le domeniche di blocco della circolazione, così come il bando delle insegne luminose e animate, sarebbero sopraggiunti solo a dicembre, in ottemperanza al programma di austerità varato dal Consiglio dei Ministri. Fra Israele e Paesi arabi la tensione non era ancora giunta al punto di rottura, nonostante il traffico petrolifero fosse dirottato da anni lungo la rotta del Capo di Buona Speranza, cui faceva da contraltare il costante aumento delle royalties mediorientali sul greggio.

Dall'estremo opposto del filo, l'ex vicedirettore della Banca Commerciale Italiana si faceva desiderare. "Il dottor Gabetti in questo momento è in riunione - rispose la centralinista - non posso disturbarlo per alcun motivo".

L'anziano banchiere sorrise con una smorfia. "Gli dica che lo cerca il dottor Mattioli".

Trascorsero pochi secondi appena.

"Eccomi. Come sta, dottor Mattioli?"

"Ciao, caro. Bene, scusami se ti disturbo, ma stanotte ho fatto un sogno. Salivo in macchina su per la collina sopra Torino, dove abiti tu, e in prossimità della tua villa osservavo ai bordi della strada dei grossi mucchi di ghiaia. Allora mi sono domandato: che ci stanno a fare?".

Gabetti rimase lì per lì spiazzato, ma conoscendo da tempo l'amico, era anche al corrente delle sue stranezze. "In effetti, dottor Mattioli, il vialetto d'accesso era piuttosto malandato, così ho deciso di sistemarlo, sostituendo il vecchio pietrisco; e i lavori sono cominciati proprio in questi giorni!".

Finalmente l'anziano banchiere poté lasciarsi andare sulla sedia di pelle. "Grazie, caro, avevo proprio bisogno di sapere se le mie capacità stregonesche fossero rimaste intatte. Ti saluto, e a presto".

Raffaele Mattioli morì cinque mesi dopo, il 27 luglio 1973, lasciando un vuoto incolmabile nella classe dirigente italiana. "Non fu solo un grande banchiere - dichiarò al funerale l'onorevole Ugo La Malfa, suo vecchio amico - ma un uomo di vasti interessi culturali e politici e di mente aperta verso i problemi del futuro". Neppure Giuseppe Saragat, ex presidente della Repubblica, fece mancare il suo ricordo attraverso un telegramma di condoglianze alla famiglia. "La scomparsa di Raffaele Mattioli, eminente economista e profondo conoscitore della tecnica bancaria, che tanto lustro diede alla cultura italiana meritandosi la gratitudine di Benedetto Croce, addolora profondamente tutti coloro che ne seguirono la vita operosa e che furono da lui aiutati nella lotta per la riconquista della libertà del nostro Paese" (da Il Mattino, 28 luglio 1973).

Era nato a Vasto, in provincia di Chieti, il 20 marzo 1893 e dell'Atene degli Abruzzi fu indubbiamente uno dei figli più emblematici. Già durante gli studi giovanili in economia, valorizzati dalla pubblicazione di alcuni articoli su "Rivista Bancaria", si fa notare per le prospettive innovative che guardano al mondo anglosassone in materia di moneta e cambi. «L'economia è contemporaneamente storia e filosofia e la sua filosofia, qualche volta astrusa, è sempre connessa alle miserie e alle speranze umane» confesserà più avanti ("Raffaele Mattioli", di Giacomo d'Angeli, comit.it). Non a caso la tesi di laurea, conseguita a Genova, riguarderà la stabilizzazione monetaria mediante un approccio inedito e quanto mai opportuno in un periodo di inflazione galoppante. Grazie allo studio ottiene quelle gratificazioni che inutilmente aveva cercato attraverso l'arruolamento volontario nella Prima Guerra Mondiale. Scelta imboccata "sportivamente, io che non so neppure andare in bicicletta". Nonostante le prove di valore al fronte in qualità di ufficiale aggregato allo Stato Maggiore, la tenacia in combattimento più forte delle ferite causategli al braccio da una bomba e al di là del conseguimento di due medaglie al valore, la "vittoria mutilata" gli lascerà solo l'amaro in bocca. Anche il matrimonio con la triestina Emilia Tami sarà solo una breve parentesi di felicità, vittima della terribile epidemia "spagnola", appena qualche anno dopo.

Ma Raffaele non cede allo sconforto. Si unisce a Gabriele D'Annunzio per la riconquista di Fiume, occupandosi dei contatti fra il comandante e Benito Mussolini, impegnato a dirigere il "Popolo d'Italia" a Milano. Nella città dalmata, tuttavia, alle roboanti parole del Vate seguono pochi fatti; Mattioli finirà così per andarsene del tutto disilluso, incorrendo nella sua ira barocca: "Odio i ragionatori che hanno il cervello incallito come il ginocchio dei dromedari nel deserto".

L'anno della svolta è il 1925, quando approda alla Comit, la Banca Commerciale d'Italia, e convola a seconde nozze con Lucia Monti. In breve tempo viene nominato capo di gabinetto da Giuseppe Toeplitz, amministratore delegato di origine ebreo-polacca, che sin dall'inizio del secolo aveva svolto un ruolo decisivo nello sviluppo industriale del nord Italia e di cui Mattioli aveva conosciuto il figlio Ludovico, proprio nei giorni di Fiume. Terminata la Prima Guerra Mondiale, la Comit contribuisce alla riconversione dell'apparato produttivo finanziando grandi gruppi industriali, tanto da divenirne in molti casi azionista di maggioranza. Al tempo stesso, la banca di Toeplitz prosegue la propria espansione all'estero, soprattutto in Europa Centrale, Orientale e Balcanica, fino alla Turchia e all'Egitto. "La grande economia - evidenzia Aldo Mola in "Storia della Massoneria italiana" (pp.393-394) - era allora in mano a uomini della finanza di appartenenza massonica: Giuseppe Volpi, Otto Joel, Giuseppe Toeplitz, vale a dire l'alta banca privata, Bonaldo Stringher, direttore generale della Banca d'Italia e membro autorevole della 'Dante Alighieri', nonché numerosi altri esponenti di prima fila del mondo finanziario, largamente rappresentato tra le colonne dei Templi massonici oltre che presso Borse, Camere di Commercio, consigli di amministrazione di società finanziarie, commerciali, industriali; ciascuno di loro era andato ultimamente imprimendo fiduciosa e dinamica baldanza alla politica estera italiana".

Attraverso Comit, Raffaele Mattioli entra senza dubbio in contatto col ramificato mondo della massoneria bancaria, ma divenuto direttore centrale della banca, quindi amministratore delegato nel 1933, riesce a portarla su ben altri binari. Al servizio dell'Italia. E senza mai perdere la stima per i suoi primi datori di lavoro, Toeplitz e Joel. "L'uno e l'altro furono grandi italiani - riconoscerà in seguito Mattioli - pur se l'ignara casualità dell'anagrafe li aveva fatti nascere in terra straniera. La banca fu lo strumento e il veicolo della loro italianità, fedeli al principio che la banca deve attingere forza e prosperità nel dare forza al Paese. Dal loro esempio ho tratto rispetto per quello che si fa, la coscienza morale della professione".

Valorizza al meglio quegli insegnamenti nel 1931, quando dà vita al progetto dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale, dopo anni spesi al fianco di Toeplitz nel vano tentativo di aprirsi al mercato finanziario americano e ottenere liquidità indispensabile ai crediti industriali. L'11 settembre Mattioli invia un memoriale a Benito Mussolini, allora Capo del Governo, intitolato "Per la regolamentazione dell'economia italiana", nel quale propone di affidare i pacchetti azionari posseduti dalle banche miste (tra cui Comit), così come il coordinamento della politica industriale, a un ente di natura tecnica: l'IRI appunto, che verrà costituito a poco più di un anno di distanza, nel gennaio del 1933.

"Ciò determinò una crisi interna della Comit, culminata nella sostituzione di Toeplitz" - spiega Bruno Giangiacomo, presidente del Tribunale di Vasto, nella nota biografica per il 120° anniversario dalla nascita dell'illustre concittadino ("Raffaele Mattioli, il banchiere umanista", 2015) - "Toeplitz voleva la Comit una banca d'affari, mentre Mattioli la conduceva verso la funzione più tipica della banca (raccolta del risparmio ed esercizio del credito), ma con una configurazione "mista" che comprendeva l'attività d'investimento, soprattutto attraverso l'intervento nelle società in un'ottica propulsiva e non meramente speculativa; una banca partecipe del processo di sviluppo economico del Paese".

Tramite una società finanziaria, si procede così al salvataggio di Comit con lo scorporo delle partecipazioni industriali, spingendo gradualmente la banca nelle mani dell'IRI e lasciando in mano ai privati poco o nulla. A quel punto, Comit s'impegna a realizzare un riequilibrio del bilancio in tempi brevi, così come una rapida riforma interna dell'assetto organizzativo. Con l'assorbimento in IRI di Credito Italiano e Banco di Roma, in quanto banche d'interesse nazionale, nel 1937 Comit e il suo ufficio studi compiono il primo passo per divenire "il più brillante centro di elaborazione delle analisi economiche - aggiunge Bruno Giangiacomo - e, insieme a Banca d'Italia, produsse studi comparati sino ad allora mai elaborati; nel dopoguerra quell'ufficio studi divenne inoltre un centro di organizzazione per il Partito d'Azione, tanto da essere definito una sorta di università della classe dirigente laica e antifascista (presso cui hanno lavorato Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Guido Carli ed Enrico Cuccia), ma Mattioli manteneva anche ottimi rapporti con Mussolini, che aveva convinto all'istituzione dell'IRI. L'affermazione della politica voluta da Mattioli per Comit, con il parziale risanamento della banca e la sua riconversione organizzativa, ne accrebbe il prestigio personale e lo tenne in qualche modo al riparo dal regime fascista, cui era sostanzialmente avverso e col quale doveva comunque trattare".

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, in realtà, il banchiere abruzzese decide di cooperare con la Resistenza, perdendo nel 1944 la guida di Comit, ma solo sino al maggio del 1945. Appena un anno dopo, nell'audizione che terrà all'Assemblea Costituente, perora la necessità per lo Stato italiano di un istituto come IRI, rilevando la carenza d'investitori privati stabili e stigmatizzando il possesso del capitale delle imprese da parte delle banche. Si lascia andare anche a un'intima confessione a Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano. "Siamo malati da tempo - gli scrive Mattioli - "e la malattia è il disfacimento della moneta e del credito". Il banchiere spinge per "determinare un nuovo corso che possa salvare l'essenziale e ricondurci al tempo della salute".... "La 'sana finanza', oggi, in Italia, non è un interesse 'reazionario'... è un interesse nazionale -di tutta la nazione- e se a qualcuno deve importare più che ad altri, è proprio a quei ceti cui più particolarmente il Suo partito si dirige, e che più devono tenere a che, finalmente, dopo i lunghi anni di trattenimenti vari sulla loro pelle, lo Stato sia amministrato in modo da tutelare le loro riserve ed esigenze vitali, almeno nella modesta misura in cui la realtà italiana e mondiale lo consenta".

Gli interventi di Mattioli lasciano il segno e producono sensibili risultati nella stesura della Costituzione repubblicana: all'articolo 41 viene messa in rilievo l'attività economica pubblica a fianco di quella privata, mentre all'articolo 47 si dichiara che "la Repubblica disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito", facendo intendere che le banche devono essere disciplinate in virtù dell'alta funzione che esercitano nell'economia. Incalzato dalla spinta privatistica del suo co-direttore Enrico Cuccia, nel 1946 Mattioli decide anche di creare Mediobanca, affidandone la direzione allo stesso Cuccia. Un gesto carico già di significato.

"Mediobanca diventa l'unica banca privata d'investimento - evidenzia ancora Bruno Giangiacomo - tanto da essere definita, negli anni '70, l'arbitro degli equilibri tra le grandi famiglie del capitalismo italiano; ruolo che andò oltre la stessa previsione di Mattioli, che storicamente diffidava del capitalismo finanziario, propendendo invece per un'impresa che potesse avere una sua autonomia economico-finanziaria. Un'impresa, cioé, che si autofinanziasse, o comunque, garantisse maggior equilibrio tra mezzi propri e mezzi terzi. La banca doveva servire ad assistere le imprese nella loro crescita, per favorirne lo sviluppo sino a farle quotare in borsa; non doveva servire a farle sopravvivere. Ma questa era un'aspirazione".

Negli anni '60, in qualità di presidente di Comit, Mattioli perseguirà costantemente la linea volta a far fare il salto di qualità alle imprese, appoggiandosi allo Stato come supremo garante. Gli effetti più vistosi e positivi si vedono nel caso Agip, società avviata alla liquidazione sotto il controllo di Enrico Mattei ma, grazie al finanziamento di un miliardo di lire fornito da Mattioli, trasformata dall'imprenditore marchigiano nell'Eni. Il futuro colosso petrolifero d'Italia. Le prime avvisaglie contro una libertà d'iniziativa alquanto fastidiosa per l'economia atlantica divengono palesi nel 1962, quando l'aereo su cui viaggia Mattei precipita la sera del 27 ottobre all'altezza di Bascapè (Pavia).

"Ho sentito un boato, una botta e ho visto il fuoco", avrebbe poi dichiarato la testimone Rita Maroni, in una delle tante inchieste giudiziarie sul possibile dolo dell'incidente. "Il cielo era rosso, bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutte intorno...Un aeroplano si era incendiato e i pezzi stavano cadendo sul prato, sotto l'acqua", rilancerà un altro agricoltore presente sulla scena. Le osservazioni dei testimoni, però, sarebbero state platealmente ignorate dalla Commissione d'inchiesta dell'Aeronautica militare italiana, nominata la notte stessa dell'incidente da Giulio Andreotti, Ministro della Difesa, su designazione del generale Felice Santini. L'uomo di fiducia dei servizi segreti americani. L'ipotesi dell'esplosione in volo viene presto scartata e il caso scivola sulle ben più malleabili supposizioni di avaria tecnica o errore di volo. Ancora nel 2017, tuttavia, il libro-inchiesta scritto dal pubblico ministero Vincenzo Calia - "Il Caso Mattei" - rilancia la tesi dell'assassinio mediante esplosivo a bordo, con prove ancor più convincenti. Due anni prima della scomparsa di Mattei, nel 1960, un'altra morte sospetta ha invece coinvolto l'ingegnere Adriano Olivetti, da oltre un decennio spiato dalla CIA per via della sua rivoluzionaria concezione sull'informatica e per il "pericoloso" principio secondo cui il profitto aziendale dovesse essere reinvestito a beneficio della comunità. Nubi grigie, nel cielo scintillante del boom economico, destinate a farsi sempre più fitte.

Nel 1973, i tempi sono infatti maturi per attuare una sostituzione mirata delle figure apicali dell'Italia postbellica, grazie soprattutto alle infiltrazioni di Propaganda Due: la loggia massonica aderente al Grande Oriente d'Italia, apparentemente sciolta il 25 gennaio 1982. La legge cui si perverrà dopo i lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta presieduta da Tina Anselmi, ex partigiana, infligge un grave colpo a P2, ma il suo "Piano di rinascita democratica" dell'Italia è proseguito poi negli anni, avvicinandosi gradualmente al suo completamento. Inizialmente il lobbismo prende di mira i mass media, con un progressivo controllo di quote di proprietà, fondazione di nuove testate, abolizione del monopolio RAI e sua privatizzazione, il tutto in concomitanza con la liberalizzazione delle emittenti televisive. Quindi la nascita di due grandi schieramenti di destra e sinistra, a seguito del logoramento dei partiti. E ancora, l'abolizione delle Province. I ripetuti tentativi di riforma della magistratura, con la separazione delle carriere di Pubblico Ministero e Magistrato Giudicante, nonché l'assoggettamento al Parlamento del Consiglio Superiore della Magistratura. Nonostante la loggia sia scomparsa dalle cronache, gli ultimi, fondamentali tasselli sembrano a portata di mano: riduzione del numero dei parlamentari, superamento del bicameralismo perfetto, abolizione della validità legale dei titoli di studio.

Dotato di grande lucidità politica, Mattioli era ben consapevole di cosa stesse accadendo in Italia e nel 1972, a poco meno di un anno dalla sua morte, può vedere in faccia l'inizio della fine. Si manifesta nelle sembianze di Gaetano Stammati, dal 1967 ragioniere generale dello Stato. Vertice di un organo che lo stesso Stammati avrebbe poi dipinto con toni cinici nel suo memoriale "La finanza pubblica italiana raccontata da un testimone (1945-1975)" (Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1990, p. 232 e oltre): "un robusto gruppo di funzionari di solida preparazione, di indiscussa probità, un po' disincantati dalle lotte di potere che si svolgono attorno e sopra di loro, conoscitori delle leggi e delle tecniche di bilancio, costantemente attaccati alle antiche tradizioni dei De Bellis e dei Balducci (uomini di cui Einaudi disse un gran bene), rispettosi delle direttive politiche loro impartite". Nel testo prosegue ricordando un bagaglio culturale "avvolto dalla grigia pratica della routine burocratica", ma anche il rispetto per autorevoli ministri, ai quali dovevano fornire "parere deferente ma negativo". La Ragioneria Generale, per Stammati, spinge "il suo vigile sguardo nel cuore di tutte le amministrazioni di spesa", vagliando legittimità e merito delle proposte.

Presieduto da Giulio Andreotti, il governo dell'epoca vuole Gaetano Stammati alla carica di presidente della Banca Commerciale d'Italia, nonostante Mattioli ne sia l'indiscusso alfiere da più di 30 anni. Non c'è verso. "Entra nella Comit il grigio burocrate, l'opaco commis - scrive Mario Melloni sull'Unità - e ne escono la fantasia e l'intelligenza». Il ragioniere generale, sarebbe emerso poi, avrebbe giocato un ruolo chiave nel traghettare il settore bancario italiano verso la grande finanza internazionale. Come messo in luce dalla lista dei 962 affiliati alla P2, trovata nel 1981 presso la villa del "venerabile maestro" della loggia Licio Gelli, può infatti muoversi contando su un'ampia rete di contatti conniventi.

"Stammati ha sostenuto sia davanti ai giudici, sia alla Commissione parlamentare sulla P2 - precisa Alberto Gemelli nella tesi di laurea "La Loggia P2 e il sistema politico italiano" (Torino, 1995) - di aver conosciuto Gelli in occasione di cerimonie ufficiali, ma di non appartenere né alla P2, né, tantomeno, alla massoneria. In effetti nell'archivio gelliano non esistono ricevute o altri documenti che comprovino la sua appartenenza alla loggia deviata: il suo nome, tuttavia, è tra quelli che più frequentemente appaiono nelle operazioni di Gelli. Già la sua nomina al vertice della Comit, secondo Rossi e Lombrassa, sarebbe frutto di una manovra politico-massonica che avrebbe avuto per regista il Venerabile; alleato, per l'occasione, della Democrazia Cristiana".

Si presenta in Comit forte di un recente documento che lascia ben intuire quale sarà la direzione economica da impartire allo Stato: il Libro Bianco sulla spesa pubblica, redatto nel 1971 insieme al Ministro del Tesoro Mario-Ferranti Aggradi e al presidente del consiglio Emilio Colombo, con l'obiettivo di avviare una profonda revisione della spesa pubblica per rilanciare la produzione italiana. Eppure, come ammetterà poi candidamente un suo successore al Ministero del Tesoro, "il permanere del debito pubblico nei portafogli delle famiglie italiane, per una libera scelta, senza costrizioni, rappresenta la garanzia per la continuazione della democrazia" (Guido Carli, Cinquant'anni di vita italiana, Roma-Bari, Laterza, 1993, p. 387). Negli anni di conduzione della Banca Commerciale Italiana, in virtù delle indicazioni presenti nel Libro Bianco, viene così giustificato il suo alacre impegno come membro di lavoro della Fédération Bancaire Européenne, divenuta poi portavoce di oltre 5mila banche europee nel confronto con le istituzioni politiche di Bruxelles e nell'orientamento delle politiche dell'Unione Europea.

"Mi attraeva la possibilità di esercitare in prima persona la guida della grande macchina statale - ricorda proprio Stammati nelle sue memorie (p. 232) - la quale passava attraverso il bilancio". Strumento di potere che prende forma su tre fronti differenti: le amministrazioni di spesa, il ministro del Tesoro, i parlamentari. "Con i primi vi era un "dialogo tra sordi" - chiarisce il giurista Sabino Cassese (https://www.ilfoglio.it/la-versione-di-cassese/2019/07/07/news/e-un-bene-per-la-democrazia-che-il-debito-pubblico-resti-in-tasca-alle-famiglie-263364) - "i ministeri richiedevano fondi, la Ragioneria generale rispondeva negativamente. Sul secondo fronte, il Ministero delle Finanze faceva stime prudenti sul gettito, che occorreva discutere. Più difficile, invece, il rapporto con i parlamentari: con diplomazia e buon garbo si doveva motivare il parere negativo. Ora non c'è più il dualismo Tesoro-Finanze, perché i due vecchi dicasteri sono stati fusi, sia pure in maniera incompleta, in un unico ministero dell'Economia e delle Finanze. E il Parlamento ha acquisito un ruolo molto maggiore. Nei primi decenni di storia repubblicana, quelli ai quali si riferiva Stammati, era al contrario forte la diffidenza di Einaudi e Vanoni nei confronti dell'iniziativa parlamentare sulle leggi di spesa. Poi si è arrivati al "vol-au-vent presidenziale", di cui scrive per esperienza diretta Linda Lanzillotta in 'Il paese delle mezze riforme' (Firenze, Passigli, 2018, p. 64), cioè al presidente della Commissione Bilancio che, per far contenti tutti, a scapito della finanza pubblica, presentava un emendamento unico che veniva farcito con le norme e le spese più varie".

Stammati dimostrerà meglio il suo orientamento pochi anni dopo, una volta nominato Ministro del Tesoro nel III governo Andreotti, dal 26 luglio 1976 all'11 marzo 1978, oltre che Ministro dei Lavori pubblici dall'11 marzo 1978 al 20 marzo 1979, sotto il IV governo Andreotti. E' in quel periodo che iniziano i primi tentativi di salvataggio della Banca Privata Finanziaria in mano all'affarista Michele Sindona, dopo che questi aveva chiesto aiuto al "Venerabile Maestro". Nel 1977, infatti, Licio Gelli interessa del caso il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che inizia a mobilitare Gaetano Stammati e Franco Evangelisti per elaborare un piano di salvataggio dell'ormai ribattezzata Banca Privata Italiana: l'istituto nato dalla fusione della Banca Privata Finanziaria e della Banca Unione, entrambe controllate da Sindona, insieme allo IOR (Istituto per le Opere di Religione), al gruppo bancario inglese Hambro e alla statunitense Continental Illinois Bank. In profonda crisi già dal 1973, aggravata dal rapido ritiro dei depositi, la BPI era passata sotto il controllo del suo maggior creditore, il Banco di Roma, ma in seguito alle verifiche effettuate dalla Banca d'Italia sulle sue irregolarità di gestione, la BPI era stata messa in liquidazione coatta amministrativa il 27 settembre 1974, nominando come liquidatore Giorgio Ambrosoli.

Come ha ricordato sulle pagine di Repubblica (https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/10/17/perche-respinsi-il-piano-sindona.html) Mario Sarcinelli, all'epoca responsabile della vigilanza bancaria, la Presidenza del Consiglio - attraverso l'onorevole Franco Evangelisti - gli aveva mostrato due lettere sospette nel dicembre 1978, nelle quali veniva delineato un progetto di sistemazione della Banca Privata Italiana: l'obiettivo era fondare una nuova BPI, senza specificare però l'onere che sarebbe ricaduto sulla collettività dopo l'apertura della liquidazione coatta amministrativa. Più o meno nello stesso periodo, il direttore generale della Banca d'Italia - Carlo Azeglio Ciampi - veniva sollecitato dal ministro Gaetano Stammati, affinché ricevesse l'avvocato Rodolfo Guzzi, legale di Sindona. "Risposi che non l'avrei ricevuto. Riferii il tutto al governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi, mentre da Sarcinelli seppi che gli era stato presentato un piano di sistemazione della BPI e che lui l'aveva già respinto. Sarcinelli mi disse anche che avrebbe domandato al liquidatore Ambrosoli se vi fossero elementi nuovi per rivedere quel parere".

La rete di pressione sui funzionari di Banca d'Italia cresce però di mese in mese. "Incontrai Giorgio Ambrosoli l'11 gennaio 1979 - ha ricordato Sarcinelli - e fu l'ultima volta che lo vidi nel mio studio. Mi chiese un giudizio completamente negativo su quel progetto di sistemazione. L'avvocato Ambrosoli, che sono onorato di aver conosciuto e stimato, era persona integerrima, lontana da qualsiasi ipotesi di compromesso. Aveva nell'intimo il timore che la Banca d'Italia potesse deflettere dalla linea che si era assegnata. Mi chiese esplicite rassicurazioni. Mi impegnai personalmente: finché ci fossi stato io questo non sarebbe avvenuto. Me ne sarei andato sbattendo la porta ventiquattr'ore prima".

Ma una rete letale sta ormai stringendosi attorno al sistema bancario italiano. Il 24 marzo, mentre un'emorragia cerebrale colpisce un altro nemico di Sindona, Ugo La Malfa, Mario Sarcinelli viene arrestato per interessi privati in atti d'ufficio e favoreggiamento personale, su mandato del PM Luciano Infelisi. Un altro mandato raggiunge il governatore di Banca d'Italia Paolo Baffi, con l'accusa di interesse privato e favoreggiamento nell'ambito di un'inchiesta sull'azienda chimica Sir. I due funzionari saranno prosciolti solo il 9 giugno 1981 per mancanza di indizi e insussistenza di prove. Giorgio Ambrosoli viene invece assassinato l'11 luglio 1979.

I giochi sono fatti. Nel luglio del 1981 prende avvio, su decisione dell'allora Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, il "divorzio" fra lo Stato e la sua banca centrale: Banca d'Italia. Da quel momento, l'istituto non sarà più tenuto ad acquistare obbligazioni che il governo non riusce a piazzare sul mercato, interrompendo la pratica di monetizzazione del debito pubblico italiano, eseguita sin dal secondo dopoguerra per ovviare alle crisi finanziarie.

In pochi anni il debito pubblico italiano inizia a lievitare da un valore medio del 56% a uno spaventoso 132%, toccato nel nuovo Millennio (https://www.irpef.info/chi-ha-creato-il-debito-pubblico). Le sue quote vengono ora acquistate dalla grande finanza internazionale, producendo aggravi di costi per lo Stato a ogni speculazione di borsa. Ironica e provocatoria - quasi un quarto di secolo dopo le mosse di Gaetano Stammati, - suona la considerazione inserita in apertura al Libro Verde della Spesa Pubblica italiana (2007), versione "riaggiornata" del Libro Bianco del 1971. "In condizioni normali, un Paese potrebbe far fronte alla impellente necessità di accrescere la sua dotazione di capitale fisico e umano facendo temporaneo ricorso al credito nell'attesa che l'investimento dia i suoi frutti. L'Italia non può farlo. Ha già accumulato un debito enorme, che costa in interessi circa 70 miliardi di euro l'anno e pesa su una giovane generazione del tutto incolpevole. Deve ora ridurre quel peso senza indugio. Proprio negli anni in cui il debito più lievitava, l'Italia ha gravemente impoverito il capitale; e oggi la crescita è lenta anche perché l'accumularsi di quel debito non è stato, purtroppo, accompagnato da un corrispondente aumento degli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali".

Nel 1972 la storia d'Italia è a un punto di svolta. La partita decisiva si gioca sui tavoli di Comit. Messo davanti alla proposta-ultimatum di detenere la sola carica di presidente onorario, Raffaele Mattioli preferisce uscire di scena dignitosamente. Un passo indietro era stato da lui compiuto già nell'ottobre del 1971, con l'abbandono del panel dell'International Finance Corporation (Banca Mondiale) riservato a cinque banchieri di calibro internazionale, dove sedeva in compagnia di Rotschild, Abs, Harcourt e Mayer. Mattioli aveva però continuato a seguirlo a distanza. Rinunciare completamente al potere, ancor più quando se ne presentisce l'usurpazione da parte di successori indegni, non è facile. Neanche per chi aveva saputo coltivare nella propria vita una dimensione umana e spirituale in grado di metterlo al riparo da amare delusioni.

"Poiché io sono un banchiere pratico - avrebbe confessato - la mia vanità è solleticata quando la mia routine quotidiana, assoggettata al riesame radicale, diventa qualcosa di ricco e singolare, trasformandosi come per magia nel nobile materiale da cui dotti economisti traggono leggi e teoremi. Ma, allo stesso tempo, divento un poco sospettoso. Temo che ci stiamo avvicinando troppo a quella pericolosa mezza-verità, secondo cui l'attività dei banchieri è qualcosa che va al di là delle motivazioni razionali, una sorta di istinto, una specie di talento, un effetto dell'intuito, o di misteriose premonizioni, che pongono il banchiere in un'appartata adorazione delle Forze Economiche e in una mistica identificazione con esse. Questa è una leggenda che va avversata e demolita. Il banchiere è un membro della comunità degli affari, non è distaccato, e men che meno è al di sopra della clientela, non dispone di alcun filo diretto con il Cielo né di alcun tripode fumante su cui ergersi o sedersi. Deve usare il proprio cervello, come chiunque altro, se è provvisto di cervello; e pagare, come chiunque altro, se ne è sprovvisto. Nulla può aiutarlo, certamente non l'Ispirazione Trascendente, se ignora i fatti, giudica male gli avvenimenti o si basa su prove obsolete".

Anziano e indebolito, Mattioli ha ormai poche armi per difendersi dall'assalto congiunto di ex collaboratori, come Enrico Cuccia, e dalla lunga mano della politica. "In un incontro all'Hotel Pierre di New York, nell'estate del 1976 - scrive Giorgio Galli nelle pagine del suo saggio "Il Padrone dei Padroni. Enrico Cuccia, il potere di Mediobanca e il capitalismo italiano (Garzanti, 1995) - Sindona mi disse: "Mattioli ha creato Mediobanca per togliersi dai piedi Cuccia, che è persona pericolosa. Lavora per portare la finanza sotto il dominio della Grande Loggia". Fra lui e Michele Sindona non correva infatti buon sangue. La moglie di un altro banchiere vittima degli intrichi legati alla scalata al potere in Italia, Roberto Calvi, riconobbe apertamente il conflitto dietro le quinte. "Quando domandavo a Roberto perché Cuccia e Sindona, pur essendo massoni, non andassero d'accordo, mi rispondeva: appartengono a due logge diverse".

Contro la loro avanzata, Mattioli vedeva possibile ancora una difesa per lo Stato. La cultura. Quella cultura per la quale, già ai tempi in cui Alcide De Gasperi lo invitava a candidarsi, il banchiere rilanciava in modo secco: "bene. Pubblica Istruzione con budget quadruplicato". "Solo la gente che non sa vivere discrimina fra lavoro e hobby" - avrebbe dichiarato in prossimità dell'uscita di scena - "Nessuna ora e tutte le ore sono subsecivae: l'ozio e il lavoro, a un certo livello, sono la stessa cosa. La torta è la torta, e l'uomo è l'uomo, non si può dividere. Questo, in parole povere, è il succo del mio quasi proverbiale 'umanesimo'. Là, su quel tavolo carico di libri, c'è anche una vecchia radio. Quando le vacche devono essere munte, rendono molto più latte se in quel momento si suona loro della musica. La stessa cosa vale per noi bipedi. La musica ci può aiutare molto. E altrettanto l'arte. C'è a Roma una chiesa, dietro piazza Navona, che si chiama Santa Maria della Pace. Raffaello vi ha affrescato le Sibille e un angioletto, o il Bambin Gesù, non ricordo bene, che ti guarda con l'aria di chi ha capito tutto. Quando i pensieri mi si imbrogliano, faccio una capatina in quella chiesa (nonostante io sia miscredente) e, per uno stranissimo miracolo, forse perché sono uno stregone, la mente mi si illumina e d'improvviso riesco a vederci chiaro".

Già durante il periodo fascista, Mattioli aveva finanziato importanti riviste letterarie come La Cultura e La Fiera Letteraria, case editrici quali la Riccardo Ricciardi di Napoli e tante opere dell'intellighenzia italiana di allora: fu amico dello scrittore Carlo Emilio Gadda, di Riccardo Bacchelli, Franco Rodano, Federica Chabod e Francesco Contini, per citare solo alcuni dei nomi. Su tutti, però, svettava quello del filosofo Benedetto Croce, che volle Mattioli alla presidenza del suo Istituto italiano per gli studi storici e con il quale aveva collaborato alla fondazione del Partito d'Azione, durante la Seconda Guerra Mondiale.

A Mattioli va inoltre riconosciuto il salvataggio dei "Quaderni del carcere" di Antonio Gramsci. Vicino a Palmiro Togliatti, segretario e presidente del Partito Comunista Italiano, aveva addirittura tentato aperture verso i Paesi dell'Est Europa, guidando nel 1947 una delegazione economica a Belgrado per avviare scambi con la Jugoslavia del maresciallo Tito.

Negli ultimi anni prende a lavorare alacremente allo statuto di una nuova "Associazione per lo studio della formazione della classe dirigente nell'Italia unita", supportato da un consiglio direttivo di grandi esperti di politica: Giovanni Busino, Enrico Decleva, Giorgio Galli, Ettore Passerin d'Entrèves, Franco Rodano e Brunello Vigezzi. Non resta più tanto tempo. Occorre riesaminare la storia dell'Italia unita per spiegarne limiti e potenzialità a una classe dirigente sino ad allora giovatasi più del contributo di talenti personali, che degli automatismi meritocratici tipici di una democrazia matura. Nella categoria di classe dirigente, Mattioli fa rientrare "tutti coloro che, al governo o all'opposizione, nel parlamento o fuori di esso, muovendosi in una sfera ufficiale ovvero entro spazi propri ed autonomi o addirittura alternativi, abbiano svolto, svolgano o si preparino a svolgere compiti che vanno al di là del puro esercizio d'un mestiere, d'una professione, d'una funzione, per contribuire invece, nelle forme e nei settori propri ad ognuno (politico, economico, amministrativo, militare, religioso, culturale, sindacale...) a quella che è, di periodo in periodo e ai diversi libelli, la gestione degli affari del Paese".

Quest'ultimo e ambizioso progetto resterà sulla carta. Colto da un malore durante la Pasqua del 1973, Mattioli viene ricoverato a Roma nella clinica "Villa Margherita", spegnendosi in poco tempo nella notte fra il 26 e il 27 luglio. Il giorno successivo la salma viene traslata a Milano per essere arsa nella sua abitazione di via Morone 3, proprio dietro la sede della Banca Commerciale Italiana, mentre il funerale ha luogo il 30 luglio nella vicina chiesa di S. Fedele. Il laicismo del banchiere creerà qualche problema alla curia milanese, non propensa a concedere il funerale religioso, ma alla fine deve cedere; memore, forse, delle cospicue donazioni effettuate da Mattioli per salvaguardare il patrimonio religioso locale. O per altri scopi, di cui neppure le persone a lui vicine riuscirono a comprendere la ragione, sollevando interrogativi anche fra biografi come Filippo Vasta ("Raffaele Mattioli a Chiaravalle: il diavolo e l'acqua santa", Piazza Scala 2010).

Al ritorno da un funerale cui il banchiere aveva partecipato, Bernardo Crippa - assessore milanese allo stato civile negli anni '60 - era stato coinvolto in una richiesta piuttosto curiosa. "Poiché sei assessore - gli aveva detto Mattioli - devi cominciare a pensare alla mia tomba, che voglio in un certo posto". La famiglia del banchiere aveva già uno spazio proprio al cimitero Monumentale di Milano, dov'era sepolta la nipotina Ricciarda, ma non era a quello cui le sue parole si riferivano. Il sito individuato corrispondeva invece al cimitero dell'abbazia di Chiaravalle, gestita dai monaci cistercensi di San Bernardo. "Mi piace la terra umida della bassa milanese - aveva osservato Mattioli a giustificazione - i filari di pioppi. Inoltre, è vicina a San Giuliano, dove ho conosciuto la Lucia". Dopo aver manifestato quel desiderio, i due si trovarono sempre più spesso a far visita ai monaci, con i quali Mattioli amava intrattenersi in latino, sino a quando s'imbatterono nella vicina tomba di una certa Guglielma la Boema, vissuta nel XIII secolo. Una folgorazione. "Questo è il mio posto", avrebbe esclamato il banchiere finalmente soddisfatto.

Per conquistare la fiducia dei monaci, la Banca Commerciale Italiana non solo si era profusa in generose offerte all'abbazia, ma aveva avviato anche il progetto di riedizione dell'Opera Omnia di San Bernardo in dieci volumi, con testo latino revisionato e corretto in una nuova versione critica, a fronte della prima traduzione italiana integrale dei testi del santo. Per ovviare alle complicazioni burocratiche, Bernardo Crippa fu indotto a sostenere una mozione in consiglio comunale per favorire la riapertura del cimitero. Ubicato sul retro dell'abbazia e protetto da un muro in cotto, il campo era sconsacrato e disabilitato sin dai tempi della Repubblica Cisalpina napoleonica. Nulla d'impossibile per la giunta di centro-sinistra guidata dal sindaco socialista Aldo Aniasi, più volte sostenuto con fondi della Comit. Restava l'opposizione sanitaria della Prefettura, ma quando un monaco dell'abbazia venne a mancare, il medico diede il consenso e il cimitero venne riaperto alle sepolture degli ospiti religiosi e dei loro "benefattori". Mattioli aveva voluto curare ogni dettaglio, in vista del grande appuntamento. Persino una statua da apporre sulla propria tomba, commissionandola allo scultore bergamasco Giacomo Manzù, autore in tutta la sua vita di oltre 300 monumenti di cardinali. Anziché una robusta figura virile, come avrebbe voluto Mattioli, ne venne però fuori un angelo delicato e avvolto in un'abbondante tunica, con un emblematico epitaffio ai piedi: "Exurrexi et aduc sum tecum". Risorsi e di nuovo sono con te.

Per capirne il significato, e le profonde implicazioni anche sulla storia d'Italia, esiste oggi un solo modo. Tornare sui passi di una donna eretica originaria di Biassono e seguace di Guglielma la Boema: Maifreda da Pirovano.  Questa, però, è un'altra lunga e misteriosa storia...