Sundaland, la terra delle origini? (7/7)

02.01.2023

Basandosi su studi di carattere idrogeologico, il mito dei Due Fratelli Kulabob e Manu(p) lascia ipotizzare una prolungata dispersione migratoria dal Sudest Asiatico verso i bacini delle grandi civilità d'Occidente e d'Oriente, legata a cambiamenti climatici innescatisi 14mila anni fa.

"Una scuola di ferro, vessazione e di sangue, ma nonostante tutto una scuola". Riprendendo le parole di Giovanni Mazzucconi poco prima di venir trucidato dagli indigeni nel 1855, il titolo del saggio che l'antropologa Elisabetta Gnecchi Ruscone ha dedicato alla missione di Woodlark mostra la tardiva presa di consapevolezza dei padri missionari: non la predicazione dell'amore e l'insegnamento della moralità cristiana, bensì la dura legge del mercato avrebbe alla lunga dischiuso un dialogo effettivo con gli indigeni di Papua.

"Dalle nozioni esatte che ho ricevuto parlando con i missionari che si trovavano nel Centro [dell'Oceania] o in Nuova Zelanda - scriveva proprio Mazzucconi in una delle sue ultime lettere di corrispondenza (Da Mazzucconi a Marinoni, Sydney 12 Maggio 1855, AME file box 11, 799, citato in Suigo, Scritti del Servo, 256) - ho dovuto convincermi che sotto quasi tutti gli aspetti le nostre isole sono immensamente più indietro delle altre. C'è un punto di degradazione da cui gli uomini (salvo un miracolo) possono elevarsi più per opera del tempo e frequenti contatti con molti, che per voce attenta di pochi. Perché la voce del prete abbia effetto, umanamente parlando, è necessario che il prete abbia qualche autorità sugli indigeni, ma per ottenere questa piccola autorità è necessario che gli indigeni capiscano che anche i bianchi sono uomini, e che possono avere almeno la stessa scienza dei neri. Ora, tra i nostri popoli questa idea non si trova ancora, mentre lo è in tutte quelle isole dove le navi europee attraccano con una certa frequenza".

Abele incontra Kulabob

Una conferma indiretta viene dall'area di Madang, l'unica a documentare i primi contatti commerciali con gli australoasiatici a livello archeologico, ma anche la sola dove gli indigeni hanno sviluppato un'apertura culturale tale da riconoscere spontaneamente nel racconto biblico di Caino e Abele un'altra versione della storia di Kulabob e Manu(p). Qui i visitatori dalla pelle chiara sono infatti considerati possibili consanguinei e vengono sottoposti al riconoscimento dei mak originari.

"Mentre discutevamo i concetti significativi comunicati nella leggenda di Namor - evidenzia l'antropologa Alice Pomponio in The legend of Titikolo: An Anem Genesis (Alice Pomponio & aa.vv., Children of Kilibob: Creation, Cosmos, And Culture in Northeast Papua New Guinea, Pacific Studies, vol.17, n.4 1991) - gli abitanti continuavano a rimarcare le analogie fra la loro tradizione storica orale con la tradizione "occidentale" documentata nella Bibbia (e come insegnata dai missionari cattolici)".

La studiosa americana vede dispiegarsi in questo fenomeno gli effetti di una "metafora mitologica", in virtù della quale è possibile raccordare le vicende mitiche della costa settentrionale di Papua Nuova Guinea alle complesse relazioni commerciali stabilite fra colonie di uomini parlanti lingue austronesiane e papuane. Incrociando i due piani, quello mitologico e quello storico-archeologico, sostiene che i termini di scambio avrebbero incluso non solo la trasmissione di specifiche capacità tecnologiche, ma anche prodotti finiti, come le canoe per la navigazione marittima. Nelle differenti versioni locali del mito di Manu(p) e Kulabob, inoltre, sarebbero incluse indicazioni precise sulle antiche rotte marine, in particolare quelle che correvano lungo gli stretti di Vitiaz e Dampier, in prossimità della Nuova Britannia e della Nuova Guinea. Pomponio individua dunque nel mito quelle stesse "cause efficienti" che, nel Mulino di Amleto, avevano invece permesso a von Dechen e de Santillana di lasciar emergere la sottotraccia astronomica della narrazione cosmica.

Il tempo mitologico

Stando a una stima conservativa (per quanto gli studi stimolati da Stephen Oppenheimer inducano a credere che il processo fosse già in corso in tempi più antichi), gli arrivi austronesiani nella parte papuana del Pacifico sarebbero cominciati circa 5mila anni fa. Dal punto di vista mitologico, Kulabob emigra infatti a est di Madang nello stesso periodo in cui in Mesopotamia la dea sumera Inanna sta corteggiando Dumuzi o comunque prima che l'eroe Gilgamesh parta alla ricerca dell'immortalità, cioé prima del 3mila a.C., usando un più familiare metro cronologico.

Nel racconto papuano è però presente un episodio che, per noi contemporanei, rappresenta forse una delle provocazioni interculturali più stimolanti. Prima di inabissarsi sotto forma di serpente nell'oceano dov'era andata a cercare Kulabob, la madre dei fratelli aveva infatti profetizzato che i due sarebbero tornati a vivere insieme e in pace. A sostegno di questa comune matrice culturale sono oggi disponibili numerosi studi che il ricercatore indonesiano Dhani Irwanto ha raccolto nel saggio Sundaland (2019).

Il mondo sommerso

Il titolo sta a indicare la regione bio-geografica del Sud-Est Asiatico che include l'intera piattaforma geologica di Sunda, ovvero anche quella parte dei territori continentali rimasti sommersi dopo la fine dell'ultima era glaciale. Un nome originalmente coniato nel 1949 dal fisico olandese Willem Van Bemmelem, attraverso cui sono ricongiunte Indocina, penisola malese e tutte le principali isole dell'arcipelago indonesiano (Sumatra, Java, Borneo, ma non Sulawesi), per arrestarsi a est solo là dove corre la Linea di Wallace, l'area fra Asia e Oceania a partire da cui si differenziano le rispettive ecozone florofaunistiche. E' proprio qui che, a partire da 19mila anni fa e sino a circa 5.500 anni fa, hanno avuto luogo anche i maggiori sconvolgimenti geologici dell'intero pianeta.

Lo stadio più critico è noto come Dryas Recente (dal nome del fiore alpino Dryas octopetala, usato come marcatore geologico per il periodo compreso fra i 12.800 e gli 11.600 anni fa), durante il quale i modelli fisici inducono a credere si sia verificata una brusca riduzione, o addirittura una vera e propria interruzione della Corrente Nord Atlantica (la cosidetta Corrente del Golfo). Il fenomeno sarebbe stato innescato da un rapido afflusso di acque dolci provenienti dal lago di Agassiz in Nord America, dovuto verosimilmente all'impatto in loco di un meteorite (The Younger Dryas impact hypothesis: review of the impact evidence, Martin Sweatman, 2021). Dal punto di vista archeologico, il periodo testimonia inoltre il passaggio dal Paleolitico al Neolitico e corrisponde a uno dei processi di dispersione migratoria dell'uomo più significativi della sua storia.

Non uno, ma tre diluvi

Le cause principali sono state individuate in tre grandi inondazioni causate dal progressivo scioglimento delle calotte polari (la prima circa 14mila anni fa, la seconda 12.500 anni fa e la terza 5.500 anni fa), di fronte alle quali i popoli australoasiatici non ebbero altra possibilità che
evacuare i territori dove gli studi archeologici comparativi collocano le prime testimonianze agricole dell'uomo (Chris Scarre, The Human Past: World Prehistory and the Development of Human Societies, Thames & Hudson, 2013), ma anche rupestri (Adam Brumm & aa.vv., Oldest cave art found in Sulawesi, Science Advances, Vol. 7, n. 3, 2021), oltre che una matrice genetica comune rispetto ai popoli sviluppatisi a ovest e a est di Sundaland (Pedro Soares & aa.vv., Climate Change and Postglacial Human Dispersals in Southeast Asia, Molecular Biology and Evolution, 2008). Come argomenta Irwanto, il livello dei mari salì complessivamente di 120 metri, alternando periodi di lento innalzamento ad altri di aumento rapido e distruttivo, dovuti soprattutto a fenomeni di vulcanismo e terremoti registrati nelle pieghe geologiche dell'Anello di Fuoco.

"Il modello "Out of Sundaland - spiega il ricercatore indonesiano (op. cit., p. 43-44) - fu inizialmente proposto da Stephen Oppenheimer (1998) e Martin Richards (2001). Secondo la teoria tradizionale - basata su prove linguistiche e archeologiche - lo sviluppo della coltivazione del riso in Cina si sarebbe diffuso a Taiwan, dove poi presero piede le lingue conosciute come austronesiane. Da qui i popoli locali e le loro lingue si sarebbero diffusi attraverso la regione all'incirca 4mila anni fa. Analisi dettagliate dei dati genetici mostrano però uno scenario più complesso, perché il Dna mitocondriale trovato fra gli abitanti delle isole del Pacifico risulta presente nell'arcipelago del Sud-Est asiatico in un periodo di molto antecedente, incrinando dunque il tradizionale modello di sviluppo della civiltà denominato Out of Taiwan. (...). Uno studio della Leeds University condotto da Martin Richards nel 2008, nel quale vengono esaminate le linee del Dna mitocondriale, ha poi suggerito che una sostanziale frazione di queste linee (ereditate dalle discendenti femmine) si era evoluta all'interno delle isole del Sud-Est asiatico per un periodo ancor più antico di quanto supposto, alcune addirittura da quando l'uomo moderno arrivò nell'area circa 50mila anni fa. Una dispersione della popolazione sembra essere allora occorsa in coincidenza con l'innalzamento del livello dei mari, producendo migrazioni dalle isole del Sud-Est asiatico a nord sino a Taiwan, a est verso Papua e il Pacifico, e a ovest verso la parte continentale del Sud-Est asiatico, il tutto entro gli ultimi 10mila anni".

Da questa prima fase di uscita da Sundaland sarebbero poi seguite ulteriori ondate, originarie a ovest della civiltà dell'Indo, della Mesopotamia e dell'Egitto, ma anche della Polinesia e del Centro-Sud America a est.

In definitiva, grazie al favorevole clima equatoriale, umido e caldo, al terreno fertile prodotto dalle frequenti eruzioni dell'Anello di Fuoco (fra le quali la super-eruzione del Monte Toba a Sumatra, 74mila anni fa, pare aver giocato un ruolo chiave nel ripopolamento del pianeta), così come all'estrema ricchezza mineraria e di biodiversità, Sundaland appare sempre più il laboratorio evolutivo ideale da cui Homo sapiens poté verosimilmente sviluppare la prima rete marittima globale, senza smarrire quei profondi legami che, ancora, ci rendono fratelli dello stesso pianeta.