Il gene di Kulabob (3/7)

27.02.2022

Il mito di Kulabob e Manu(p) ha trovato in una leggera forma di anemia degli abitanti della costa di Madang, in Papua Nuova Guinea, un marcatore genetico attestante antichissime migrazioni di circa 5.000 anni fa. O addirittura oltre.

Lo studio è stato avviato fra il 1979 e il 1983 dalla Liverpool School of Tropical Medicine, dopo che nel sangue di molti bambini del posto sono stati riscontrati livelli abnormali di emoglobina, benché la loro dieta non presentasse deficienza di ferro. Simili valori, che prendono il nome di "emoglobina Bart" dall'ospedale St Bartholomew di Londra dove furono individuati la prima volta nel sangue del cordone ombelicale di alcuni neonati, dipendono da un disordine ereditario chiamato "alpha-thalassemia": viene prodotto dall'eliminazione di uno o più dei quattro geni (alleli) che codificano l'alpha globina, un'importante componente della molecola dell'emoglobina umana, cioé di quella proteina che ha la funzione di trasportare ossigeno nel sangue. Quando avviene una sola cancellazione del gene alpha - la tipica condizione riscontrata nella costa settentrionale di Papua Nuova Guinea - gli individui affetti presentano un livello di emoglobina inferiore alla norma di appena 1 o 2 grammi, soffrendo perciò di una moderata forma di anemia. All'epoca dello studio (Alpha-thalassemia in Papua New Guinea, Human Genetics, 74(4), 432-7, 1986), il caso papuano rappresentava non solo la più alta frequenza di alpha-thalassemia mai riscontrata al mondo, ma anche la più alta frequenza di un disturbo genetico mai trovato.

Differenze geografiche

Poiché solo i bambini nati da famiglie che provenivano dagli altopiani non mostravano anomalie nel sangue, il biologo Stephen Oppenheimer cominciò a sospettare che le differenze potessero essere causate dalla malaria presente nei bassopiani, la cui spinta selettiva induce il sangue a modificarsi per meglio combattere i suoi effetti debilitanti sul fisico umano. Nel far notare questa differenza a un anziano del villaggio di Kamba, il medico inglese restò sorpreso dal fatto che questi attribuisse la "diversità" dei bimbi della costa e delle vicine isole all'essere discendenti diretti di Kulabob: un fatto storico, per l'anziano, comprovato anche dal parlare lingue estranee ai primi abitanti dell'isola, le comunità oggi viventi sugli altopiani.

Dal punto di vista glottologico, la provincia di Madang attesta in effetti 173 lingue "anomale" (sulle oltre 750 presenti in PNG), in quanto più vicine alla famiglia austronesiana che papuana. Queste notevoli differenze sono state individuate e studiate per la prima volta dal padre svizzero John Z'Graggen (The languages of the Madang district, Papua New Guinea, Pacific Linguistics, serie B, n. 41, Australian National University, 1975). Grazie alla sua "mappatura linguistica", è stato così possibile trovare corrispondenze fra la distribuzione dei soggetti affetti da alpha-thalassemia e quelli parlanti lingue di derivazione austronesiana, confermando inoltre che il tasso d'incidenza del disturbo genetico in Papua Nuova Guinea non mostrava solo rarefazione spostandosi verticalmente verso gli altopiani, ma anche orizzontalmente a ovest e a sud di Madang.

Due forme differenti di anemia

I primi eclatanti risultati furono pubblicati sulla rivista medica The Lancet nel 1984 (Prevalence and distribution of thalaessemia in Papua Nuova Guinea, pp.424-426). Lo studio venne poi esteso al Pacifico da altri collaboratori, attestando un medesimo pattern su scala latitudinale (Invasion and growth of Plasmodium falciparum is inhibited in fractionated thalassaemic erythrocytes, in Trans. Roy. Soc. Med. Hyg. vol. 91, 1997, pp. 138-143). Col progredire delle conoscenze, la stessa alpha-thalassemia è stata distinta in due ceppi presenti lungo la costa settentrionale della Papua Nuova Guinea: il primo, denominato "alpha3.7III", cancella uno dei primi due geni che codificano l'alpha-globina e rappresenta il 60% dei casi individuati nelle popolazioni papuane e delle isole Bismark parlanti lingue di origine austronesiana. Ribattezzato "il gene di Kulabob", questo ceppo risulta dominante nel resto delle isole della Melanesia e, in misura minore, in Polinesia. Il secondo tipo, "alpha4.2", è prodotto invece dall'eliminazione degli altri due geni alpha-globina e risulta dominante in Melanesia solo fra le popolazioni che non parlano lingue austronesiane, risultando fra l'altro assente in Polinesia (dal punto di vista storico-mitologico, i portatori sarebbero dunque i discendenti di Manu(p) rimasti a vivere sulla costa).

Le sorprese del DNA antico

Non è un caso che la genetica, rafforzata negli ultimi 15 anni dalla capacità di lettura non solo del Dna mitocondriale ma anche antico (definito un tempo "Dna spazzatura"), abbia messo definitivamente in crisi il modello storico tradizionale che associa la civilizzazione dell'Oceano Pacifico all'arrivo della cultura Lapita attorno al 1.500 a.C.

"Nel 2016 il DNA antico colpì ancora (...)." - racconta il genetista David Reich nel cruciale saggio Chi siamo e come siamo arrivati sin qui? (Cortina, 2019) - "Riuscimmo a ottenere il DNA di alcuni individui antichi associati alla cultura ceramica Lapita delle isole pacifiche di Vanuatu e Tonga, vissuti da 3000 a 2500 anni fa, trovando che, invece di avere grosse quote di DNA papuasico, in realtà ne avevano poco o punto, prova che doveva esserci stata una successiva migrazione dalla regione neoguineana fino alle parti più remote del Pacifico. Questa migrazione successiva doveva essere iniziata almeno 2400 anni fa, dato che tutti i campioni da Vanuatu analizzati in quel periodo avevano almeno il 90% di DNA papuasico. Come abbia fatto questa successiva ondata a sostituire in maniera tanto esaustiva i discendenti del popolo originario che creava le ceramiche Lapita e, nonostante ciò, a mantenere le lingue che probabilmente quest'ultimo parlava rimane un mistero. Però i dati genetici dimostrano che è andata proprio così".

La moltiplicazione delle ondate colonizzatrici, individuate nell'opera di Reich, dà forza all'originaria tesi di Oppenheimer, secondo la quale lo sviluppo di un'evoluta rete marittima nell'area fra il Sud-Est asiatico e l'isola di Papua - battezzata "Nusantao Network" dall'archeologo Wilhelm Solheim (Archaeology and Culture in Southeast Asia: unraveling the Nusantao, University of the Philippines Press, 2006) - potrebbe risalire addirittura alla fine dell'ultima Era Glaciale: 12.500 anni fa circa. Il periodo appare decisamente remoto, retrodatando di quasi 7mila anni le capacità di navigazione di lungo corso supposte da Solheim, ma è proprio la mappatura genetica delle migrazioni umane ad aprire oggi ipotesi rivoluzionarie.

Il Pacifico in Amazzonia

Uno studio delle Università di San Paolo, di Rio Grande do Sul e Barcellona (Deep genetic affinity between coastal Pacific and Amazonian natives evidenced by Australasian ancestry, 2021) ha infatti rilevato un'antichissima affinità genetica fra popoli australoasiatici e alcune remote comunità sudamericane, basata su una mutazione chiamata "segnale Y" (Ypikuéra, cioé "antenato" in lingua tupì). Non riguarderebbe solo i Karitiana e i Surui dell'Amazzonia, come scoperto nel 2015 e risultati sorprendentemente vicini alla genetica degli aborigeni australiani, ma anche i Chotuna del Perù, gli Xavantes del Brasile centrale e i Guaranì Kaiowa, che abitano fra Brasile e Paraguay. Sono popoli che portano inscritte tracce di un'emigrazione differente da quella che avrebbe occupato le Americhe attraversando lo Stretto di Bering durante l'ultima Era Glaciale. Popoli che custodiscono i segni di una possibile entrata in Sudamerica dall'Oceano Pacifico, dividendosi successivamente in un'epoca compresa fra i 15mila anni e gli 8mila anni fa nel centro del continente. Popoli, forse, capaci di padroneggiare tecniche di navigazione per noi ancora inimmaginabili.

Nuove ipotesi di civilizzazione

Il disinteresse delle teorie evolutive verso il Sud-Est asiatico, l'Australia e l'isola di Papua, mostrato soprattutto da paleontologi e archeologi europei, comincia infatti a vacillare di fronte a studi sempre più sorprendenti condotti in questo vivacissimo bacino. Le questioni poste da opere spartiacque come Dark Emu (Magabala Books, 2018), saggio di Bruce Pascoe che porta prove del primo avvio in assoluto dell'agricoltura nel continente di Sahul, o le scoperte relative all'accelerazione evolutiva nell'area prodotta dall'incrocio fra Homo di Denisova, Homo erectus e specie ancora non pienamente identificate (Maximilian Larena & aa.vv., Philippine Ayta possess the highest level of Denisovan ancestry in the world, Ancient Biology, 2021), stanno spostando sempre più a oriente il possibile baricentro delle origini della civiltà.

"Stiamo scoprendo che una popolazione in precedenza sconosciuta - ha dichiarato su Live Science Serena Tucci, assistant professor in Antropologia presso l'Università di Yale (Genome of a middle Holocene hunter-gather from Wallacea, di Selina Carlhoff, Akin Duli, (...) Adam Brumm, agosto 2021) - migrò attraverso questa regione probabilmente nello stesso periodo degli avi delle attuali genti di Papua e dell'Australia. Per quanto questa linea evolutiva sia scomparsa, tutte queste popolazioni coesistettero sino a tempi relativamente recenti, aprendo perciò molte domande sulle interazioni da un punto di vista sia genetico, che culturale". Le analisi sui resti di una giovane donna appartenente alla cultura Toaleana, ritrovata in realtà nel 2015 all'interno della grotta Leang Panninge sull'isola indonesiana di Sulawesi, rappresentano il primo caso di studio di genoma antico nell'area di Wallacea. Il patrimonio genetico prova che il corpo era egualmente correlato ad aborigeni australiani e papuani, per quanto appartenente a una linea evolutiva distaccatasi in precedenza da entrambe. La cultura dei cacciatori-raccoglitori toaleani è attestata in zona fra gli 8mila e i 1.500 anni fa, ma la specie di cui l'antica ragazza è testimonianza potrebbe risalire a ben prima di 65mila anni fa. "Solo pochi anni fa - ha aggiunto Tucci - non avremmo potuto neppure immaginare che questo fosse possibile".

Le interazioni Lapita-Papua, nello specifico, sono uno dei temi più complessi e in divenire della storia del Pacifico, su cui l'archeologo Ben Shaw ha provato a fare il punto nel 2021 attraverso la conferenza Lapita-Papuan interaction in New Guinea: Implications for Pacific colonisation and regional social histories (in Synapse Trans-Disciplinary Seminar Series).

L'entusiasmo per le nuove scoperte va in ogni caso ben calibrato. Per quanto i dati genetici possano contribuire a "temporalizzare" meglio i flussi migratori, occorre leggerli e interpretarli attraverso un approccio transdisciplinare, tenendo dunque conto delle possibili e differenti dinamiche che dischiudono le scoperte archeologiche, paleontologiche, climatiche, linguistiche o mitologiche. In tal senso non va escluso - e resta ancora da chiarire nella colonizzazione antica del Pacifico - l'effettivo e forse ancor più ancestrale ruolo dei popoli di Sahul (i discendenti di Manu(p), da punto di vista storico-mitologico).