Origine dell'odosophia

Ogni volta la stessa, identica reazione. Non appena le parole odosophia, od odosofo, fanno capolino su una locandina, in un articolo o all'interno di un confronto pubblico, d'istinto viene sollevata la domanda circa il loro significato. Che cos'è l'odosophia? Chi è l'odosofo? Quasi che, in assenza di una chiarificazione ontologizzante - ottenuta per mera definizione - fosse impossibile avviare alcun discorso.

Pazientemente cominciamo allora a circoscriverne la sfera semantica, ricorrendo a perifrasi che contribuiscano a smorzare l'effetto di straniamento. E' forse una forma di filosofia? Ma filosofia di che cosa, esattamente? Sì. No. Potrebbe essere. Siamo certi, tuttavia, di sapere che cosa intendiamo per filosofia? Il rischio di aggravare lo stato di incertezza, di confondere ulteriormente le acque e aggrovigliarci in una serie di rimandi infiniti, o ancor peggio di tautologie, resta alto. Meglio cambiare approccio. O, restando in tema, imboccare un'altra strada.

Individuare le coordinate storiche relative alla comparsa della parola "odosophia" nel vocabolario, ad esempio, sortisce una più mansueta predisposizione all'ascolto. Tranquillizza sapere che non si tratta di un neologismo, di un'invenzione magari balzana, bensì di un termine semplicemente desueto, risalente almeno al periodo dell'Umanesimo; a quell'entusiasmante stagione di riscoperta filologica dei classici greci e latini, ubicabile nella penisola italica all'incirca nel XV secolo. E' già un piccolo passo avanti. Se aggiungiamo il nome di un referente primo, di una fonte storiografica accertata, ancor meglio.

ARTIFICI DELLA FILOLOGIA
E siamo fortunati, perché esiste pure quello. E' un certo Ludovico Sandei. Neppure il tempo di assumere una postura più comoda e di nuovo si avverte un inspiegabile fastidio. E chi era mai, costui? Qualcuno l'ha forse sentito nominare? A poco vale tracciare una sua breve biografia. Potremmo infatti raccontare che il nostro nacque tra il 14 agosto 1446 e il 12 agosto 1447 a Ferrara, o forse a Lendinara - l'Atene del Polesine - dove il padre Antonio di Princivalle fu inviato in qualità di podestà dalla famiglia Este, casata guelfa di ben più nota nomea. Ma a che pro? L'indicazione rimanda a tempi e luoghi tanto remoti, da contribuire assai poco a un agile inquadramento dell'odosophia. Eppure è proprio fra quelle lattiginose foschie padane, poco dopo il matrimonio di Ludovico con Giacoma di Bartolomeo Fontana, nel 1466, che l'odosophia fa la sua prima comparsa ufficiale. E' il nome dell'opera letteraria con cui Sandei esordisce sulla scena del suo tempo: un poemetto allegorico in sette capitoli ternari, dedicato a Borso d'Este e intitolato semplicemente "Odosophia".

"Il titulo de epsa opera chiamo Odosophia, che è vocabulo greco et è interpretato 'via a la virtù', perché io fingo andare al monte Parnaso, il (quale) da poeti è appellato luoco di scentia et di virtù" 

(trascrizione dal manoscritto Rossiano 219, Biblioteca Apostolica Vaticana, a cura di Valentina Gritti)

Di che parla, dunque, questo poemetto? Ha tutte le sembianze di una Commedia dantesca minore, nella quale l'autore narra del raggiungimento della virtù e della gloria poetica attraverso la risalita del monte Parnaso. Un cammino iniziatico, se proprio vogliamo trovare un'etichetta, destinato a snodarsi in luoghi ove risiedono i più insigni rappresentanti delle quattro virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza. Solidi pilastri di una vita consacrata al Bene, stando al credo cristiano, eretti in realtà in epoca classica, grazie al contributo decisivo di uno dei grandi padri dell'Occidente: il filosofo Platone.

FRA SOPHIA E SAPIENTIA
Conviene indugiare su questi indizi? Sono una traccia davvero utile, o solo un possibile depistaggio? A voler essere filologi, la spiegazione data dal buon Ludovico tende a semplificare troppo: se "odos" rimanda all'antico termine greco per "via" (hodòs) - attorno al quale si dischiudono vere e proprie dimensioni cosmiche, non certo esplorabili in questa sede - "sophia" viene caricata invece di un significato molto più vicino alla sensibilità dei tempi in cui il nostro visse. Virtù è parola stratificata, complessa, ma certamente parziale rispetto al significato originario di "sophia". I latini avevano provato a tradurre quest'ultima con "sapientia", mossi dall'intenzione di conservarne l'originaria polisemia: abilità tecnica, conoscenza razionale ed equilibrata prudenza nel distinguere il bene e il male, il lecito e l'illecito, l'utile e il dannoso, includendo perciò la capacità ascritta successivamente alla "phronesis", la saggezza. Sarà proprio Aristotele a far chiarezza sull'etimologia di "phronesis" e "sophia", collocandole artificiosamente su piani differenti: la prima, nell'Etica Nicomachea, verrà definita come "disposizione vera, accompagnata da ragionamento, che dirige l'agire e concerne le cose che per l'uomo sono buone o cattive" (EN, VI, 5, 1140b, 4-6), mentre la seconda come "scienza delle realtà che sono più degne di pregio, coronata dall'intelligenza dei supremi principi" (EN, 6, 1140b, 17-20).

«In Italiano noi traduciamo sophia con sapienza - evidenzia Bruno Centrone nelle sue brillanti dispense di "Istituzioni di storia della filosofia antica" (2006-2007) - e dunque definiamo la filosofia come 'amore della sapienza'. Quest'uso risale ai latini: Cicerone ci dice (Tusc, Disp, V 3,9): hos se appellare sapientiae studiosos, id est enim philosophos. È opportuno interrogarci sul significato originario di sapientia; il latino sapere significa "avere sapore", da cui può derivare "avere senno", "essere perspicace". Questa duplicità rimane nel nostro uso linguistico, con alcune sfumature: diciamo che un cibo sa di qualcosa o è insipido; un cibo è sapido e insipido, una persona sapiente (in disuso per evidenti ragioni) o insipiente; insomma, in origine è presente una connessione con un senso, il gusto, qualcosa di istintivo; in greco una connessione del genere si ha con il verbo noein (nous, noesis), che viene da una radice snovos, snow, annusare, fiutare, capacità di (diremmo oggi 'captare', 'subodorare', 'snasare') "presentire", o di "accorgersi istintivamente di qualcosa", di una situazione, un pericolo, dunque una sorta di sapere diretto e istintivo. In Omero noein significa vedere, un vedere che può essere inteso e tradotto con riconoscere (Iliade, V, 590)».

LA RIVOLUZIONE DEI SENSI
La catena genealogica di rimandi si allunga e prende inaspettate deviazioni, ma lascia anche emergere un aspetto che la "sophia" di Sandei cela, o sembra aver smarrito. Il suo legame con i sensi, con la nostra corporeità, mediante cui si manifesta e si perfeziona la capacità di tracciamento dell'uomo delle origini. Allude a quel mitizzato cacciatore-raccoglitore che, staccandosi dalla sua confortevole vita di primate frugivoro, impara a procurarsi cibo sviluppando al contempo nuove modalità percettive: un primate che finisce per relegare in secondo piano i suoi sensi più affidabili, olfatto e gusto, a favore di una vista panoramica liberata dal bipedismo. "Essendo sprovvisti di naso - spiega Baptiste Morizot nel saggio "Sulla pista animale" (Nottetempo, 2020) - è stato necessario stimolare l'occhio che vede l'invisibile, l'occhio della mente" (p.142). "Leggere che il cielo limpido sarà presto piovoso nel volo basso dei rondoni che seguono, da bravi insettivori, la discesa del plancton aereo in balia delle pressioni barometriche altrimenti invisibili. Scoprire la presenza del farinello o del fungo psilocibe laggiù, su quei terreni da pascolo, perché amano l'invisibile azoto disseminato dagli animali domestici, o decifrare la curiosità del lupo nelle impronte che raccontano di una sosta su un promontorio. Tutti questi sono esempi di tracciamento eco-sensibile". L'ominide primitivo, al pari di un infante, è un animale estremamente "sensibile", "attento", capace di cogliere potenziali modificazioni di stato e movimenti interagendo con tutto ciò che avviene nel suo habitat.

Riesce più semplice, allora, calcare una pista esplicativa che ha a che fare più col sapere dell'esploratore, anziché con quello del filologo. Potremmo infatti procedere nell'excursus delle fonti, imbattendoci in una nuovo tentativo di chiarificazione dell'odosophia, grazie all'imponente summa del teologo luterano Johann Conrad Dannhauer: "Odosophia christiana seu Theolgia positiva in certam, plenam et cohaerentem methodum redacta", apparsa nel 1649 e dagli echi quasi spinoziani. Si tratterebbe, però, di una riformulazione che ben poco ha a che vedere con quel pensiero-azione messo in moto dall'originaria pratica dell'odosophia. Dannhauer cerca di argomentarne, passo per passo, la definizione, esplorando fonti ebraiche e classiche, sino a pervenire alla "definitio" conclusiva.


Da "Sapientia vialis, quo simul methodi ratio, quae hic tenebitur, insinuatur", arriva infine al suo riconoscimento come "Lumen (D), constans (E) coeleste, (F) Efficax (G) in oculo spirituali, puro, illuminabili, (H) quod hominem coelo exulem (I) ad patriae coelestis beatitudinem ductu suavi reducit" (cfr. paragrafo Hodosophiae definitio): per quanto riaffiori l'idea di un'efficacia presente nell'occhio spirituale, in qualche modo evocativa dell'originaria capacità dell'ominide di inferire l'invisibile dal visibile-traccia, siamo qui agli antipodi di quel prospettivismo immanente così ben descritto nell'opera di Morizot.

"Nel tracciamento accade tutt'altro: mi sembra che quello che vediamo quando intuiamo di vedere con gli occhi di un altro animale è ciò che il suo stesso corpo vede, in senso prospettivista, ossia le sue stesse affordances (inviti all'uso). Ovvero gli specifici "inviti" del suo corpo. Gli inviti vengono definiti dallo psicologo della percezione visiva James J. Gibson come le 'singolari possibilità d'azione di un determinato corpo in un ambiente condiviso'. La specificità del corpo fa protendere dei particolari tipi di inviti nell'ambiente che ci circonda: ogni albero, ruscello, guado, tana di avicola, crinale, marcatura territoriale, suggerisce un'azione diversa della forma di vita di colui che percepisce" (ibidem, p.158-159).

LOGOS IN CAMMINO
Ben più calzante è il tentativo di spiegare l'odo-sophia attraverso l'odo-logia. Il primo a promuovere un indirizzo di studi chiamato odologia fu, nella seconda metà del Novecento, lo studioso di paesaggi americani John Brinckerhoff Jackson, benché il nome stesso di questo sfuggente sapere fosse stato introdotto dallo psicologo sperimentale tedesco Kurt Lewin, nel tentativo di descrivere le strutture dello spazio vissuto.

"In un saggio dal titolo quanto mai esplicito, Roads Belong in the Landscape - ricorda Claudio Ferrata in "L'esperienza del paesaggio" (Carocci, 2017) - Jackson spiega che l'odologia, scienza del cammino e della strada nelle sue implicazioni con il paesaggio, deve essere considerata come una disciplina composita, in parte geografia, in parte planning, in parte ingegneria (Jackson, 1994). Egli precisa poi che il termine way è più adatto del più recente road, che significa cammino, ma anche direzione, progetto, modalità (Jackson, 2003). Se adottassimo questa prospettiva, alla strada, o meglio ancora, "al fare strada", dovremmo attribuire un ruolo attivo nella fabbricazione del paesaggio".

Le vie percorse dall'ominide delle origini non sarebbero state individuate solo tracciando gli indizi degli animali preda, dunque con gli occhi costantemente rivolti al suolo, ma riconoscendo anche gli "inviti all'uso" presenti nella morfologia del paesaggio. In quanto bipede, l'uomo può infatti avvantaggiarsi di condizioni del terreno più funzionali alla propria andatura, così come riscontrare insormontabili difficoltà dipendenti dalla sua diversa animalità. In questo senso, va riconosciuta alla viabilità una doppia virtù: nel suo passivo aprirsi al passo conforma attivamente il passo stesso. L'odosophia si manifesterebbe allora come auto-rivelazione della pratica del camminare, del movimento bipede assorbito dalla vitale necessità di tracciamento della rete di co-rimandi animali. Prendendo consapevolezza di questa emergenza, ci troveremmo però già nella dimensione del logos, dell'odo-logia. 

L'UOMO AUTENTICO
Agostino Cera, in "Io e tu: Karl Loewith e la possibilità di una Mitanthrolopolgie, trova una formulazione molto calzante a riguardo. "Un'espropriante ex-posizione: è questa la pratica dei viventi. Paticità è l'ombra del viandante, ciò che un'odologia (quale sapere del cammino) non può mai ignorare" (2010, Alfredo Guida Editore, p. 157). Muovendo dalla critica del concetto heideggeriano di Eigentlichkeit, di Autenticità, viene infatti riconosciuto un primato formativo alla paticità, al carattere di costante esposizione dell'essere umano, la cui autenticità consisterebbe dunque nel suo "darsi come espropriazione".

Il rischio di cadere di nuovo in una forma di sapere astratta è però dietro l'angolo. L'odo-sophia eccede l'odo-logia e, prudentemente, Cera se ne avvede. "Non si dà il rischio che l'odo-logia finisca per essere uno starsi a guardare mentre si cammina col rischio, fatale, di incepparsi? ... dal dubbio nel cammino si giunge al dubbio sul cammino, intorno al camminare in quanto tale. Per questa ragione, terminologicamente ma non solo, sarebbe preferibile utilizzare il termine odo-sofia, dal momento che la sapienza, anche quella semplice del bon sens, è sempre più saggia del sapere, ne sa di più, soprattutto sa ciò di cui realmente ne va nel tentativo di sapere. Dalla odologia alla odosofia, dunque: da un sapere del cammino alla sapienza nel cammino, ovvero al saper camminare" (ibidem, p. 157).

OLTRE IL LINGUAGGIO
Prodotto di un esercizio quotidiano, dunque suscettibile di continue trasformazioni e adattamenti, l'odosophia non è di per sé definibile. Semmai, intuibile. E' un abito, una sapienza che sgorga e si alimenta nel "far strada", nel muoversi in funzione di tracce eco-sensibili, esorbitanti oltretutto la dimensione animale o vegetale. "L'occhio vede ciò che prima non vedeva - scrive Nan Sheperd, camminatrice per antonomasia, in "La Montagna Vivente" (Ponte alle Grazie 2018, p.171) - o vede in un modo nuovo ciò che già aveva visto. Così fanno l'orecchio e gli altri sensi. E' un'esperienza che cresce. (...) Questi momenti giungono inaspettati, e tuttavia sono governati, parrebbe, da una legge il cui funzionamento si comprende solo vagamente. A me giungono più spesso, come ho accennato, quando mi sveglio da un sonno all'aperto, quando fisso rapita lo scorrere dell'acqua e ne ascolto il canto, e soprattutto dopo ore di cammino ininterrotto, mantenendo il prolungato ritmo del moto mantenuto finché lo si percepisce coi sensi, e non semplicemente col cervello, come il «centro immobile» dell'essere". 

Come testimonia al meglio la cultura tradizionale dei popoli aborigeni, la più antica civiltà oggi esistente sulla Terra, vivente è anche e soprattutto il regno minerale. Ogni dimensione del nostro spazio vitale contribuisce infatti alla tracciabilità, ad individuare una rete di rimandi significativi che fanno del mondo una semiosi infinita: tutto fa segno. Tutto è traccia. In questo senso l'universo, pur nella sua riconosciuta complessità di multi-verso, resta pur sempre un cosmo. Un immenso spazio ordinabile. Lo studio delle multimillenarie pressioni di selezione, legate all'arte del tracciamento, contribuisce perciò a individuare un campo d'indagine privilegiato per comprendere l'emergenza, nonché l'orientamento, delle attitudini logico-cognitive dell'uomo. 

"Le strutture cognitive, cioé i modi di pensare le cose - sottolinea acutamente Matteo Meschiari in "Terra Sapiens - antropologie del paesaggio" (Sellerio, 2012) - non sono nate come strategie astratte in uno spazio virtuale, ma sono la diretta conseguenza del cosa pensare: la geosfera e la biosfera, considerate nella loro dimensione spaziale che è il paesaggio. Dire che la mente è paesaggistica non è una metafora. Piuttosto, (...), significa dire che la mente si è evoluta nel pensare e per pensare il paesaggio". 

Le song-lines aborigene che ripercorrono la metamorfosi in roccia degli Antichi Creatori del Dreamtime, al pari della cura per il pianeta Terra in quanto concrezione delle spire del mitico serpente Wungudd, sono forse la più stupefacente testimonianza di questo imprescindibile far corpo col paesaggio. Di qualunque natura esso sia. Ecco perché l'odosophia, per palesarsi, necessita innanzitutto che ci si metta in cammino, votandosi a quel vagabondare tracciante e iniziatico che i colonialisti bianchi - rozzamente - hanno ribattezzato Walkabout. Giringiro. Girare a zonzo. Per cambiare davvero la nostra mappatura del mondo, liberandoci senza traumi dell'hybris umanista e autodistruttiva che ci ha posti al vertice della piramide trofica dei viventi, abbiamo bisogno di tornare sui nostri passi. Di essere educati all'esplorazione, anziché formati per obiettivi. Di calcare sia le piste tracciate dalla nostra specie nel corso di intere ere geologiche, sia gli spazi non ancora battuti, con pazienza, insistenza e attenzione sempre maggiori. 

Perché è proprio in questo tipo di esplorazione che palpita il nostro più profondo desiderio, quell'eros conoscitivo alimentato dalla folle, ma inestinguibile speranza, di comprendere chi realmente siamo e da dove veniamo. Anche a costo di rigettare ogni verità, pur di continuare a cercare. 


Premesso quanto sopra, 

possiamo ora arrischiare tre risposte alle consuete domande circa l'odosophia

Che cos'è l'odosophia?
è educazione al farsi e disfarsi dei nostri percorsi

è esercizio della parola in cammino, è percorso che, errando, riapre la via al pensiero


Chi è l'odosophos?
Specie rara di esploratore-filosofo che, smarrendo i propri riferimenti orientativi, disegna inaspettate vie di senso e trova nuove soluzioni


A che cosa serve l'odosophia?
Quando finiamo in un vicolo cieco, quando siamo a corto di idee o non sappiamo deciderci, 
la risposta viene proprio dalla strada che ci ha perduti